IL NON AVRA' LUOGO


Palazzo Strozzi, Firenze, 11 aprile 2011.



Sono stata invitata qui per riflettere “a partire da Bloch”, il che è un piacere perché il pensiero di Bloch è tutto orientato e centrato sull’idea di speranza e di utopia e certamente si tratta di due idee che hanno tutto a che fare con la psicanalisi. Perché ci sia psicanalisi ci deve essere speranza, anzi di più ci deve essere “il principio speranza”, das Prinzip Höffnung e ci deve essere utopia nel senso etimologico di ou-topos, il non luogo o il luogo del non. Prendete tutto quel che dirò qui come una meditazione sul “non luogo” nelle sue declinazioni, ovvero il “luogo del non”. Il non avrà luogo. Il non che avrà luogo. Ciò che allo stesso tempo ha e non ha luogo. Vorrei cominciare con una bella citazione da Bloch:
L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono. Non tollera una vita da cani, che si senta solo passivamente gettata in un’esistenza non capita nei suoi intenti o addirittura riconosciuta per miserabile.
         (Ernst Bloch, Il principio Speranza, Premessa, p. 5)

Chi va in analisi decisamente spera, decisamente lavora per produrre una trasformazione, decisamente “non si sazia mai di sapere cosa internamente lo fa tendere a uno scopo”. Decisamente “non tollera più una vita da cani” e “un’esistenza non capita nei suoi intenti”. Tuttavia, accusa Bloch, lo scopo a cui tende il lavoro psicanalitico non sarebbe  progressivo, cioè utopico, ma regressivo. La psicanalisi si occuperebbe della “cantina dell’anima”, dell’inconscio inteso come ciò che sta sotto la coscienza perché è rimosso e che si esprime nei sogni. Bloch invece distingue all’interno dell’inconscio tra non-più-conscio e pre-conscio, tra sogni notturni e sogni diurni, tra passato e futuro. La psicanalisi si occuperebbe del non-più-conscio, cioè del passato e non del futuro, dell’a-venire. La grande ambizione di Bloch è quella di fare una fenomenologia del futuro in quanto a-venire, cioè del futuro nella sua alba, nella sua forma aurorale, cioè del futuro come anticipo o annuncio di ciò che verrà. Il futuro si anticipa, secondo Bloch, nel preconscio che sarebbe letteralmente un fotogramma di avvenire inserito nel presente. Il preconscio contiene un messaggio dal futuro.

Il futuro è per Bloch letteralmente il frutto di una creazione che è gradualmente concepita nel preconscio e poi messa in opera grazie allo sprone della speranza in modo che, come dice Bloch, “gli uomini si gettino attivamente nel nuovo che si sta formando e a cui essi appartengono”. Dunque le creazioni che si elaborano  nell’immaginazione a partire dal preconscio non stanno nella realtà, ma in un non-luogo, un ou-topos nel quale sono sospese in attesa, cioè nella speranza di materializzarsi nella realtà. 

Il motore della trasformazione del passato nel futuro è la speranza. Ma che cos’è la speranza? Da dove viene la speranza? Si dice, a ragione, che la speranza è l’ultima a morire. In tempi di passioni tristi come i nostri è meglio ricordarlo: l’unica vera morte è quella della speranza. Quando la speranza muore si entra nella melanconia, oggi comunemente chiamata depressione, che è davvero una condizione di morte-in-vita. Per questo ha ragione Bloch a dire che è massimamente importante imparare a sperare. Ci deve essere l’ambizione e l’audacia della speranza. Tuttavia, quel che si manifesta come speranza non nasce come tale, ma è il risultato di una costruzione che ha luogo nell’inconscio. 

Per la psicanalisi, la stoffa della speranza è il desiderio e non un desiderio qualunque, ma il desiderio sessuale. Freud ha ricevuto dure e continue critiche per la sua insistenza nel mantenere un ruolo centrale della sessualità nella teoria psicanalitica. Bisogna però intendersi sulla natura del desiderio sessuale. Se Freud avesse voluto dire che gli esseri umani sono sempre alla ricerca di sesso, non si sarebbe discostato dalla convinzione del maschio medio contemporaneo. In realtà, Freud intendeva dire che la psiche si regola secondo il  principio di piacere, non il Bene, non il Giusto, né l’Utile. Ma questo non ci dice ancora nulla sulla natura del piacere da un punto di vista psicanalitico. 

Che cos’è il piacere? A prima vista, sembra di poter dire che il piacere è l’effetto di un desiderio che ha trovato il suo oggetto. Se ottengo la cosa che ho desiderato, di qualunque ordine essa sia, proverò un effetto di pienezza e di pace e di soddisfazione che di solito indichiamo con il nome di piacere. Partendo da questo dato della realtà, Freud conclude che il principio che sta alla base del funzionamento dell’apparato psichico è il principio di costanza o di inerzia, cioè il fine del sistema psichico è ridurre la quantità di eccitamento per avvicinarsi il più possibile ad uno stato di quiete. 

Tuttavia, Freud osserva che se il piacere coincidesse con la quiete, sarebbe facilmente raggiungibile una volta ottenute determinate condizioni  e si dovrebbe riscontrare un’egemonia del piacere nella vita psichica. Ma noi sappiamo non è così. Molto presto gli uomini si sono accorti che nell’oggetto del desiderio c’è sempre qualcosa di troppo o di troppo poco e che la meta recede sempre sulla linea dell’orizzonte. Abbiamo un esempio addirittura biblico di questo eterno malcontento, l’Ecclesiaste (IV a.C.): "Così ho osservato tutte le opere che si fanno sotto il sole e ho concluso che tutto è vanità e occupazione senza senso. Ciò che è storto non si può raddrizzare e ciò che manca non si può contare".

Freud è costretto a concludere che nella psiche non esiste solo il principio del piacere, ma che devono esserci altre leggi uguali e contrarie che impediscono all’apparato psichico di raggiungere e mantenere un equilibrio. Una di queste leggi è quella che lui chiama 'il principio di realtà'. Noi siamo abituati a raffigurarci l’opposizione tra principio di piacere e principio di realtà come la differenza tra la cicala e la formica della favola di Esopo: la cicala canta e si diverte tutta l’estate, mentre la formica mette da parte cibo per l’inverno. Poi l’inverno arriva e la cicala patisce la fame mentre la formica se ne sta tranquilla e al sicuro e quando la cicala bussa alla sua porta per chiedere aiuto, la formica le dice “canta, adesso”. La morale della favola sarebbe che bisogna rinunciare al piacere oggi per garantirsi un piacere più stabile domani. Il problema è che la formica ha lavorato tutta la vita posponendo piacere, anzi l’ha scambiato con la sicurezza, mentre la cicala ha avuto un breve momento di soddisfazione che non ha potuto mantenere nel tempo. In entrambi i casi, il piacere è altrove. Tuttavia, mentre l’Ecclesiaste mette a nudo l’essenza del desiderio, che è quella di rimanere sempre insoddisfatto, la favola greca mantiene l’illusione che si possa capitalizzare sul desiderio e che la piena soddisfazione si possa ottenere alla fine e con gli interessi. 

Da un punto di vista filosofico, l’impossibilità per il desiderio di trovare il suo oggetto è stata formulata come assenza di fondamento e morte di Dio e quindi incapacità umana di orientarsi verso il bene e la felicità, ma questa non è la strada della psicanalisi che, come dice Freud, non vuole né difendere né produrre una visione del mondo, ma intende invece mettere in luce le strutture psichiche fondamentali che stanno alla base delle rappresentazioni del mondo stesse. Da un punto di vista psicanalitico quel che si può dire è che appare evidente che il principio di piacere è continuamente svuotato e contraddetto da una forza opposta.

Nel 1895, Freud iniziò a scrivere quel che chiamò un “Progetto di psicologia scientifica” nel quale si proponeva di tradurre le scoperte psicanalitiche sul piano del funzionamento cerebrale e del sistema nervoso. Il sistema nervoso, che è composto da cellule attraversate da stimoli, cioè da quantità di energia (Qή), è governato dal principio di inerzia, cioè dalla volontà di liberarsi il più presto possibile dagli stimoli che lo raggiungono dal mondo esterno. Il modo più semplice e veloce per farlo è scaricare l’energia trasmettendola al sistema muscolare che la traduce in movimento. Freud cita l’esempio dell’arco riflesso, cioè il fatto che quando il medico batte con il martelletto sul ginocchio (stimolo), scatta il riflesso automatico e la parte inferiore della gamba si muove. Però le cose non vanno sempre così. Dato che l’organismo è complesso, esistono stimoli che non provengono dal mondo esterno, ma che sorgono all’interno, cioè la fame, la sete e la sessualità (pulsioni). Questi stimoli che invadono il sistema nervoso cessano solo a condizione che l’organismo entri in relazione con il mondo esterno per ottenere quel che gli manca. Però per fare questo, l’organismo non può più permettersi scaricare tutta l’energia che riceve, ma deve conservarne una parte per agire nel mondo e procurasi gli “oggetti” di cui ha bisogno. Si istituisce quindi una tendenza centrifuga, il principio di realtà, che si oppone alla tendenza centripeta del principio del piacere. Bisogna notare, però, che pur essendo opposte, entrambe le forze sono al servizio del principio di piacere e che quindi paradossalmente l’inerzia fa emergere l’impulso all’agire e l’agire mira alla quiete. In tutti i casi il piacere rimane all’orizzonte, in un non-luogo, come uno stato a-venire.

Questo è un modello quantitativo dell’organismo umano ancora riduttivo perché non fa entrare in scena il sistema psichico come tale. Freud aggiunge allora un altro modello: il cervello composto da reti di neuroni. I neuroni, tutti collegati tra loro, sono delle centrali di smistamento dell’energia poiché ricevono gli impulsi attraverso canali chiamati dendriti e la scaricano attraverso altri canali chiamati cilindrassi. Un neurone che funzioni secondo il principio del piacere scaricherebbe tutta l’energia che riceve nel più breve tempo possibile, mentre un neurone che funzioni secondo il principio di realtà è in grado di trattenere e dirigere le quantità di energia attraverso le resistenze che si oppongono alla scarica che Freud chiama “barriere di contatto”.

Ora si dà il caso che le ipotesi di Freud siano state confermate dalla ricerca scientifica che chiama le connessioni tra i neuroni “sinapsi” e ha verificato che esistono vari tipi di sinapsi: sinapsi elettriche, che producono movimento e possono trasmettere energia nei due sensi e sinapsi chimiche che trasmettono solo in una direzione e sono in grado di trattenere e ritardare la scarica di energia. Freud chiama i neuroni collegati da sinapsi elettriche sistema φ (fisico) e i neuroni collegati da sinapsi chimiche sistema ψ (psichico). La differenza tra neuroni φ e ψ è che i primi sono permeabili, cioè non offrono alcuna resistenza agli stimoli che li attraversano, mentre i secondi sono relativamente impermeabili, cioè fanno resistenza al passaggio di una quantità di energia (neurotrasmettitori). Lo spazio psichico è quello nel quale i neuroni facendo resistenza agli stimoli cioè accettando solo certi tipi di stimoli e non altri sviluppano una forma di memoria. Infatti i neuroni ψ sono diventati tali perché sono stati modificati dal passaggio di uno stimolo in modo tale da conservare la memoria di una quantità di energia, il che significa ogni neurone ψ è in grado di trasmettere più facilmente uno stimolo di una certa quantità e qualità piuttosto che un altro. Freud chiama il grado di trasmissione di una quantità di energia “facilitazione” (Bahnung) e osserva:
Poiché, quanto al decorso dell’eccitamento, la memoria è senza dubbio una delle forze che determinano la via seguita, se la facilitazione fosse ovunque uguale non vi sarebbe nulla che potrebbe spiegare perché una via dovrebbe essere preferita. Perciò si può dire in modo ancora più corretto che la memoria è rappresentata dalle differenze delle facilitazioni esistenti tra i neuroni ψ. (1)
Il sistema psichico si costruisce quindi sul meccanismo della memoria, che si crea in funzione della quantità di energia intercettata e della frequenza con cui la stessa impressione si ripete. È la memoria che permette un diverso regime di funzionamento dei neuroni e un diverso trattamento delle quantità di energia e lo fa sempre in nome del principio di piacere perché impedisce al sistema nervoso di essere invaso da un eccesso di stimoli. Per far questo i neuroni distribuiscono la ricezione dello stimolo su varie barriere di contatto, creando così dei veri e propri circuiti neuronali addetti alla gestione dei diversi tipi di impulsi che istituiscono dei percorsi di facilitazione permanente. La memoria ha quindi delle caratteristiche molto interessanti. Prima di tutto è l’effetto di un evento passato, che ”stampandosi” nella psiche diventa in qualche modo presente. In secondo luogo, non c’è memoria senza rimozione. Infatti, i percorsi neurali si specializzano per accogliere solo certe quantità di stimolo e a bloccarne altre, che dovranno quindi essere gestite da altri circuiti i quali a loro volta si specializzeranno di modo che in ogni momento ci sarà sempre una quantità di stimolo escluso dal circuito, non memorizzato, cioè in stato di rimozione. Ne segue inoltre che la memoria è un meccanismo che tende all’espansione cioè ad allargare la rete dei circuiti  per cercare di incanalare tutta l’energia che riceve in funzione del principio di equilibrio/inerzia. In terzo luogo, la memoria è anche il motore della volontà o forse sarebbe meglio dire di volizione. Infatti, un percorso neuronale che si è specializzato per ricevere un determinato stimolo è come l’impronta di quello stimolo che ricorda al sistema nervoso la mancanza di esso e la necessità di procurarselo segnalandolo attraverso la volizione.

Bisogna notare che sia la memoria sia la volontà definite in questa maniera sono inconsce. Definiamo l’istinto come un particolare effetto della memoria: la ripetizione cieca. La memoria che non ha la facoltà di ricordare se stessa ripete. Infatti, il comportamento istintivo tende a essere rigido e ripetitivo, lo dimostra il fatto che si produce anche quando la situazione che lo aveva attivato ha cessato di esistere: è noto l’esempio dei salmoni che nascono in acqua dolce, poi migrano in mare dove trascorrono buona parte della loro vita, ma per riprodursi ritornano, risalendo con grande sforzo la corrente,  nello stesso fiume e luogo in cui sono nati. Perché tanta inutile fatica? Bisogna ipotizzare che i salmoni siano rimasti prigionieri della loro memoria inconscia e che ripetano un comportamento che si era reso necessario nel passato, ma che nel presente non ha più ragione di esistere. Il che serve anche a smentire l’idea pseudo darwinista che in natura ogni azione (anche umana) venga svolta in funzione della sopravvivenza (il principio dell’utile). 

Il fenomeno dell’istinto non può non far nascere la questione di che cos’è la coscienza. Se i salmoni si rendessero conto di star compiendo un’azione ormai inutile, continuerebbero a ripeterla? Freud giustamente associa la coscienza alla percezione delle qualità, mentre sia il sistema φ che il sistema ψ sono fondati sulla ricezione e il trattamento della quantità di energia. Come si forma la percezione delle qualità? Freud postula l’esistenza di un terzo ordine di neuroni che chiama neuroni ω specializzati nel recepire  il periodo, cioè registrare la durata e l’intervallo delle quantità di energia:
…I neuroni ω sono incapaci di ricevere quantità di energia, ma assimilano in cambio il periodo dell’eccitamento, e che questa loro condizione di essere influenzati da un periodo con minime quantità di energia è la base fondamentale della coscienza.
Da dove traggono origine le differenze del periodo? Tutto sembra indicare gli organi di senso … Gli organi di senso non agiscono solo come schermi delle quantità di energia, come ogni apparato nervoso terminale, ma anche come setacci, in quanto lasciano passare solo gli stimoli che provengono da certi processi aventi un particolare periodo.  … e sono queste modificazioni che passano da φ attraverso ψ fino a ω dove, quasi prive di quantità, generano sensazioni coscienti di qualità. Questa propagazione di qualità non è durevole, non lascia tracce e non è riproducibile. (2)
I neuroni ω funzionerebbero come dei calcolatori che rilevano la durata e la frequenza degli impulsi che sono trasmessi e filtrati dagli organi di senso. Nel momento in cui gli impulsi raggiungono una durata e frequenza che va  oltre una certa soglia, si trasformano in dati della coscienza. La coscienza è quindi fondata sulla percezione della durata e della ripetizione degli stimoli, cioè sulla temporalità. Ricordiamo anche che sulla percezione della temporalità sono basati anche tre espressioni fondamentali della psiche che sono componenti fondamentali della coscienza umana, cioè il linguaggio, la musica e la capacità di contare. Tutti e tre questi fenomeni sono processi di significazione.

Dobbiamo quindi pensare alla coscienza come la tappa finale di un lungo processo di trasmissione e traduzione che trasforma le quantità in qualità e il cui punto di arrivo è il linguaggio. Ad ogni passaggio c’è memoria e rimozione, ma ad ogni passaggio questi due meccanismi hanno un significato diverso. Quando le quantità di energia raggiungono un certo livello, possono essere tradotte in sensazioni e le sensazioni vengono poi ulteriormente tradotte in parole e immagini. Gli organi di senso, cioè i canali sensoriali sono cinque: udito, vista, olfatto, gusto, tatto, (oltre a cinestesia ed equilibrio e sensazione di dolore). Ma esiste un ulteriore organo di senso di cui ci si dimentica sempre: il linguaggio. Bisogna pensare al linguaggio come a un organo immaterialespecificamente umano che è in grado di raccogliere (logos, legein) e riordinare le sensazioni trasformandole in rappresentazioni, cioè in parole, numeri e immagini (i significanti) che producono significati

Tuttavia, la produzione del significato è subordinata alla dimensione del senso: non c’è significato senza senso perché la produzione di significato è sempre finalizzata, cioè è sempre indirizzata verso una meta. Immaginiamo una freccia che vola verso il bersaglio: questo è il movimento del linguaggio, cioè la linea del senso: nel momento in cui la freccia colpisce il bersaglio si produce la significazione. Noi sappiamo che il linguaggio è una facoltà innata dell’essere umano e che la sua struttura—la frase e la sintassi—è lineare e unidirezionale perché si svolge nel tempo. Il linguaggio pur essendo un organo che si basa sul funzionamento cerebrale, ma che è in se stesso immateriale o forse sarebbe meglio dire, spirituale. Il linguaggio è lo spirito perché è soffio (flatus vocis, e spirare significa soffiare in latino). Il linguaggio è prima di ogni altra cosa parola, ma la parola implica un interlocutore. Si parla sempre a qualcuno. Per quanto sia innata la facoltà di parlare non si sviluppa senza un interlocutore. La presenza dell’altro dà al linguaggio la sua destinazione, cioè gli dà senso.

Quindi, da un punto di vista psicanalitico, il senso del linguaggio è sempre l’Altro. Freud fa notare che il bambino appena nato dipende dall’adulto per tutto e che segnala il suo stato di bisogno attraverso il grido e il pianto. La funzione del pianto non è inizialmente comunicativa, ma è semplicemente un tentativo dell’organismo di scaricare verso l’esterno gli stimoli interni della fame, della sete o del freddo. Ma il pianto ha l’effetto di attirare l’attenzione dell’Altro, dell’adulto che è in grado di metter fine allo stato di bisogno del bambino. Dice Freud:
Tale via di scarica [il pianto] acquista pertanto la funzione secondaria estremamente importante dell’intendersi, e l’impotenza iniziale degli esseri umani è la fonte originaria di tutte le motivazioni morali.(3)
Il sentimento morale, cioè l’altruismo, si sviluppa perché dall’altro dipende la mia vita. Poiché dall’altro dipende la mia vita, dovrò amarlo come me stesso. Quindi, se la facoltà di linguaggio è innata, la parola è sempre per ognuno una vera e propria invenzione che scaturisce dalla necessità di raggiungere l’altro. È un’invocazione dell’altro che nasce dall’impotenza e dal dolore e che è al servizio del principio di piacere perché mira al ripristino di un equilibrio delle pulsioni. Tuttavia, questo organo, il linguaggio umano, si è sviluppato molto oltre il grido o la segnalazione di messaggi elementari—ha raggiunto una complessità semantica e sintattica tale che gli consente di catturare il mondo in una rete di senso (una specie di creatio ex nihilo, secondo Lacan, nel senso che il mondo esiste in quanto rappresentato). Ma il motore primario del linguaggio e il suo fine ultimo è rimasto lo stesso, si tratta sempre di un’invocazione dell’Altro perché ci liberi dal dolore. Il nome ultimo di questo Altro è, naturalmente, Dio. Potremmo dire che Dio è un effetto del linguaggio perché se l’essere umano ha iniziato a parlare è perché ha creduto che l’Altro lo ascoltasse; da qui proviene la coincidenza tra Parola e Salvezza.  

Non può sfuggire il fatto che l’Occidente è fondato su una narrazione salvifica originaria che è quella cristiana. L’occidente ha vissuto all’ombra di questa narrazione fondamentale: l’Altro/Dio è venuto fra noi, si è incarnato, e ci ha salvati. Anche grazie a questa utopia, l’occidente ha potuto considerarsi salvo e andare in buona fede alla conquista del mondo. Tuttavia, come osserva Freud in Il futuro di un'illusione:
Le rappresentazioni religiose, che si presentano come dogmi, non sono precipitati dell'esperienza o risultati finali del pensiero, sono illusioni, appagamenti dei desideri più antichi, più forti, più pressanti dell'umanità; il segreto della loro forza è la forza di questi desideri.(4)
Le rappresentazioni religiose e tutte quelle narrazioni che proiettano al termine della linea del senso l’esistenza di un Altro Salvatore e di un Altrove colmo di perfezione non sono né il frutto dell’esperienza né il risultato del lavoro del pensiero, ma semplicemente l’appagamento sul piano immaginario di un desiderio che assomiglia molto all’allucinazione. E che cosa c’è di male a voler appagare il desiderio in questo modo?

L’allucinazione (l’immagine di un oggetto di desiderio che non sta in nessun luogo della realtà) è una scorciatoia del pensiero legata al meccanismo della rimozione o inibizione, che Freud definisce una difesa primaria della psiche messa in opera dall’Io. Freud definisce l’Io come l’insieme delle facilitazioni dei neuroni ψ. L’io è un sistema di significazione che in ognuno dei suoi snodi è in grado di bloccare il passaggio degli stimoli e deviarli.
Immaginiamo l’Io come una rete di neuroni investiti, ben facilitati in relazione l’uno all’altro. Supponiamo che una quantità di energia entri nel neurone dall’esterno (φ). Se non fosse stata influenzata, sarebbe proceduta verso il neurone b ma in realtà è tanto influenzata dall’investimento laterale a-a che solamente un quoziente passa in b e talvolta nemmeno lo raggiunge. Ove dunque esiste un io, esso deve inibire i processi psichici primari.(5)
In altri termini, quando il sistema psichico viene disturbato da un’immagine mnestica dolorosa, l’io può bloccarla deviandola verso il ricordo (cioè l’immagine) di un altro oggetto la cui apparizione in passato indicava che l’esperienza dolorosa era terminata. L’immagine positiva che presenta il desiderio come appagato può arrivare a realizzarsi anche come una vera e propria allucinazione, cioè indipendentemente dalla sua esistenza nella realtà. 

Il meccanismo della rimozione neutralizza un’immagine negativa sostituendola con una positiva. Si tratta di un meccanismo sempre operativo nella psiche: memoria e immaginazione vengono convocate dall’io in funzione del principio di piacere senza operare nella realtà. In questo modo, il principio di realtà viene neutralizzato: l’io si sente “salvo”. Per questo ha ragione Bloch nel dire che bisogna imparare a sperare. La speranza è un’arte che istruisce il desiderio a perseverare, cioè a non delirare (de-lirare allontanarsi dal solco, cioè deviare), cioè a lavorare nella realtà e a non accontentarsi delle illusioni. 

A questo punto è importante guardare un po’ più da vicino il principio del piacere. Freud ci dice che la funzione primaria dell’organismo è quella di mantenere l’energia che lo investe ad un livello costante, così il dispiacere corrisponderebbe a un aumento dell’energia ricevuta e il piacere a una sua diminuzione. Tuttavia, nel 1920, Freud scrive un saggio che si chiama Al di là del principio di piacere perché si accorge che la ricerca del piacere non può spiegare tutta la vita psichica dato che è evidente che esiste una coazione a ripetere esperienze negative. Il problema che si pone Freud è il seguente: se l’organismo è guidato dal principio di piacere, perché i cosiddetti nevrotici non riescono a liberarsi di sentimenti, ricordi e comportamenti che li fanno soffrire? Perché le persone che subiscono traumi, continuano a rivivere l’esperienza dolorosa che hanno attraversato? Per rispondere a questa domanda, Freud postula l’esistenza di un principio metafisico, attivo a ogni livello dell’essere, che tenderebbe a ricondurre la materia a uno stato di massima quiete, il che da un punto di vista cosmologico sarebbe la cessazione di ogni attività, cioè la morte (entropia). La manifestazione visibile di questo principio metafisico è per Freud il fenomeno della ripetizione e poiché la ripetizione è un dispiacere dal punto di vista dell’Io, Freud conclude che nella vita psichica esiste un principio più potente del principio di piacere: la pulsione di morte.

La teoria dell’esistenza di una pulsione di morte ha sollevato molte polemiche e dure critiche all’interno del movimento psicanalitico perché ha messo in questione la capacità terapeutica della psicanalisi (e delle altre due attività da Freud definite “impossibili”, cioè il governo e l’educazione, per non dire della stessa nozione di progresso). Se intendiamo il significato della pulsione di morte come la presa d’atto che tutto ciò che vive muore e che in generale tutto finisce, ci ritroviamo con una banalità. È necessario interpretare il testo di Freud a partire dalle sue contraddizioni. Più che di corsa verso la morte di tutto ciò che esiste, sarebbe più giusto parlare dello   “sforzo (conatus) con cui ogni cosa cerca (conatur) di perseverare nel suo essere [e che ] non è altro che l’essenza attuale (actualem essentiam) della cosa stessa” (Etica  prop. VII). È il concetto spinoziano di conato: l’essenza di ogni essere è di voler persistere nel suo essere. Ogni forma vuole mantenere la sua forma e ogni contenuto psichico vuole mantenere il suo contenuto anche se la forma è pessima e il contenuto è deleterio. 

Il conato è ripetizione e la ripetizione è il dolore dell’io perché rifiuta di assoggettarsi a una logica di uni-ficazione. L’io cerca di fare uno, ma il sistema psichico è acefalo, cioè  ineluttabilmente plurale. Dopo aver denunciato l’idea dell’Uno in quanto Dio come un’illusione, Freud verifica i limiti del principio di piacere e deve rinunciare anche all’idea che il sistema psichico sia al servizio dell’Io. Se la psiche fosse unitaria, tutte le sue componenti si metterebbero agli ordini di un solo padrone, l’io, ma invece è plurale. La pulsione di morte non è una fuga dell’essere verso la morte, ma il fatto che la psiche è fatta di partes extra partes e che ogni sua parte inter-agisce con le altre per salvaguardare il suo tornaconto, cioè per mantenere se stessa secondo il proprio principio di piacere, incurante delle contraddizioni (Freud notava che l’inconscio non conosce il principio di non contraddizione). 

Ciò significa che al di là del principio di piacere, in verità, non c’è la pulsione di morte, ma c’è ancora piacere, anche se non è il piacere dell’io, ma quello dell’inconscio, perché l’inconscio come diceva Lacan, in ogni caso, gode. Tuttavia, non si può nemmeno dire che l’uno non esista, perché esiste la coscienza, che rimane un mistero e un enigma per la scienza perché non è localizzabile in nessuna area nel cervello. La coscienza non è localizzabile perché appartiene all’ordine del linguaggio. È sorta nel momento in cui l’essere umano ha sviluppato un linguaggio che gli ha permesso di dire “io”. Solo la possibilità di dire “io” mi rende presente a me stesso. Giocando sulla formula del cogito cartesiano, Lacan diceva: "io dico: 'io penso', dunque sono". In atri termini, il soggetto dell’enunciazione è la causa del soggetto dell’enunciato.

Hegel diceva che la verità della coscienza è l’autocoscienza (il soggetto dell’enunciazione). La coscienza è la consapevolezza di percepire un oggetto, ma l’autocoscienza è la coscienza di sé in quanto soggetto di percezione. Sappiamo che Freud in un primo tempo identificò la coscienza con l’io, ma che in seguito dovette ammettere che anche l’io può avere una parte inconscia (cioè soggetta alla ripetizione). L’autocoscienza quindi non è identica all’io perché è coscienza dell’io. 

Questo ci permette di leggere in maniera più articolata il precetto psicanalitico “Wo Es war soll ich werden”. Spesso si intende con questa frase che l’io deve opporsi all’attacco dell’Es per controllare l’anarchia distruttiva delle pulsioni. In realtà, l’io è come un “pettine” che riordina e ripartisce le pulsioni. Ma fa parte della sua essenza anche utilizzare il meccanismo della rimozione in funzione di difesa. Il compito della psicanalisi è di aiutare l’io ad assimilare l’inconscio senza affidarsi troppo alla rimozione. Il suo obiettivo non è difendere l’Io, ma abbassare le difese dell’io e farlo andare là dove è l’Es. 

Dove sono il bene e il male in questo schema? Sia il bene che il male non hanno luogo nel senso che non hanno un luogo proprio. Il dispiacere dell’io è il piacere dell’inconscio. Il piacere dell’io può essere il dolore o la rinuncia (pensiamo alla formica). La cosa più inquietante è però il fatto che poiché il principio di piacere coincide con il principio di inerzia, il suo telos (fine) è la morte. Perché ci sia vita, ci sia sviluppo e trasformazione della realtà, è necessario riconoscere la natura essenzialmente u-topica del piacere. Il piacere non rimane mai nello stesso posto, ma è sempre in transito, o forse potremmo dire che abita il luogo-del-non. Il compito della psicanalisi è proprio di fare in modo che il 'non' abbia (un) luogo.









1. S. Freud, “Progetto di una Psicologia”, Opere II (Torino: Bollati Boringhieri, 1989) p. 206.
2. S. Freud, “Progetto di una Psicologia”, Opere II (Torino: Bollati Boringhieri, 1989) p. 219.
3. S.Freud, “Progetto di una Psicologia”, Opere II (Torino: Bollati Boringhieri, 1989) p. 223
4. S. Freud, “Progetto di una Psicologia”, Opere II (Torino: Bollati Boringhieri, 1989) p. 228
5. S. Freud L'avvenire di un'illusione (Torino: Bollati Borighieri, 2009), p. 71