L'ARTE DI PERDERE

Marina de Carneri


Associazione Mafalda, 21 aprile 2010





La parola depressione circola spesso nei nostri discorsi quotidiani. I mass media ne parlano molto e ci danno cifre preoccupanti. Ma di che cosa parliamo, quando parliamo di depressione?

Nel discorso comune non è chiaro a quale fenomeno psichico ci si riferisca. E' evidente che sentimenti di tristezza e di disperazione di origini diverse vengono riuniti in una sindrome unitaria denominata 'depressione' i cui numerosi sintomi sono i seguenti:
Alcuni dei sintomi più frequenti sono rappresentati da sentimenti di impotenza e pessimismo, tristezza continua, pensieri negativi o preoccupazioni eccessive, bassa autostima, perdita di piacere nelle attività comuni, irritabilità, difficoltà di concentrazione, disturbi della memoria e indecisione. Altri sintomi sono: sensazione di scarsa energia, aumento o diminuzione dell'appetito, alterazioni del sonno (aumento o diminuzione delle ore di sonno) e diminuito interesse per il sesso. Se diversi di questi sintomi sono presenti e perdurano per settimane o mesi, è molto probabile che si tratti di depressione. 
Da un punto di vista psicanalitico però descrivere i sintomi non è sufficiente per comprendere l’essenza di una condizione psichica. È necessario andare oltre il dato medico-statistico e mettere in luce le dinamiche interne che portano una persona a sentirsi e a dirsi “depressa” tenendo presente che non tutti i sintomi hanno una stessa origine e che non tutte le “depressioni” sono uguali.

Anche la depressione, come tutti i sentimenti, ha una storia. I greci chiamavano la depressione accidia (a-kedion) che significa in-curanza, vale a dire indolenza, cioè una mancanza di interesse per la vita e una incapacità di provare piacere o dolore. Una altro termine per indicare quel che oggi pensiamo come depressione è melanconia, 'umor nero' dal greco melas, nero  e cholé che significa 'bile'. La melanconia è uno stato d’animo costantemente cupo, nero, triste e senza speranza.

La psicanalisi ha iniziato a occuparsi della depressione molto presto. Nel 1905, Freud scrisse un saggio di Freud che si intitolava Lutto e melanconia. Anche Freud aveva notato che ci sono forme più o meno gravi di depressione. Le meno gravi sono in qualche modo legate al lutto. Il lutto non è solo l’evento della morte di una persona amata, costituisce un lutto anche la perdita di qualsiasi oggetto o situazione che contribuiscono a mantenere salda l’immagine positiva che ognuno si è costruito di se stesso. La fine di una storia d’amore, una separazione, un divorzio, il fatto che i figli se ne vanno via di casa, un fallimento professionale, la caduta di ideali politici e culturali sono tutte cause di lutto e motivi di 'depressione'.

Ma le cose sono un po’ più complicate di così. Perché l’evento di una perdita di qualsiasi tipo può produrre disperazione, angoscia e perdita di piacere nella vita? Quando si ascoltano con attenzione le parole delle persone in analisi, come fanno gli psicanalisti, ci si accorge che il dolore più grande che si nasconde sotto ogni altra perdita è il dolore per la perdita di sé. Il dolore più grande che una persona possa subire è proprio quello della perdita dell’immagine interna di sé.

Ma perché come è possibile avere l’impressione di perdere se stessi? Arthur Rimbaud disse in una lettera (15 maggio 1871) “je est un autre”, io è un altro. L’io è un altro. La melanconia subentra quando l’io ha perso l’altro che sta dentro di sé. Io sono un altro perché per esistere ho avuto bisogno di riflettermi negli occhi di qualcun altro o meglio addirittura di una serie di altri a cominciare dall’altro che la sorte ha eletto a testimone della mia esistenza, perché mi ha messo al mondo, per esempio, o perché mi ha amato. L’altro che mi ha restituito un’immagine di me che non posso produrre da solo, appunto perché ho bisogno che mi venga confermata. L’altro mi guarda da dove io non posso vedermi e può quindi garantire della mia esistenza e anche della mia amabilità.

È attraverso l’altro io posso imparare ad amare me stesso e amando l’altro che mi guarda, amo me stesso; il significato del precetto evangelico di amare il prossimo come se stessi rivela essere il fatto che bisogna amare il prossimo per poter amare e stessi. Secondo l’etica cristiana il prossimo va amato comunque e senza aspettarsi di essere ricambiati. La psicanalisi invece ha osservato che l’amore chiede la reciprocità proprio perché ognuno degli amanti dona all’altro la possibilità di ricevere indietro una parte si sé.

Naturalmente questa è una cosa problematica perché significa che l’io non è presente a se stesso. Da un punto di vista psicanalitico, l’io si compone di immagini introiettate che si sovrappongono e si organizzano fin dall’infanzia e che rappresentano i modi in cui il nuovo venuto al mondo è stato di volta in volta accolto e desiderato dalle persone che lo hanno accompagnato. Mentre nella storia della filosofia, tradizionalmente, l’io è stato concepito come un punto di presenza indivisibile (da cui l’etimologia di 'in-dividuo') che custodisce un’ essenza innata e autonoma,  è stata la psicanalisi a scoprire  invece che l’io è plurale e stratificato e, come tutto in questo mondo, ha una storia. E questa storia è fatta a partire da un corpo e da un impulso di sviluppo (ciò che in psicanalisi si chiama pulsione) che per agire ha bisogno di introiettare le rappresentazioni che trova sulla sua strada.

Tutte le persone che accolgono un bambino alla nascita con il loro comportamento gli mostrano  come bisogna essere e attraverso ciò che nascondono o dissimulano, gli mostrano anche quel che bisogna far finta di essere e quel che bisogna rimuovere, cioè dimenticare. Freud infatti ha notato che i bambini assorbono non solo gli insegnamenti consapevoli dei genitori, ma anche e soprattutto ciò che i genitori hanno rimosso e nascosto. In altre parole i bambini assorbono anche e soprattutto l’inconscio dei genitori. Ognuno di noi è quindi composto di una molteplicità di strati, come il tronco di un albero, in cui ogni anello indica un momento di sviluppo e un’identificazione diversa. Ogni anello indica l’influenza dell’Altro sulla nostra identità.

In psicanalisi, l’altro si può pensare in due modi diversi, un Altro scritto maiuscolo e una altro scritto minuscolo. L’altro scritto minuscolo viene usato per indicare il cosiddetto alter ego che in latino significa “l’altro io”, cioè il prossimo, il simile, l’individuo che mi cammina accanto andando per la sua strada e con cui io posso avere rapporti più o meno piacevoli, di amore o di ostilità. L’Altro scritto maiuscolo indica invece il mondo in cui ogni essere umano viene gettato e che varia a seconda delle culture, delle lingue, delle nazioni e del periodo storico. Il filosofo tedesco Heidegger ha chiamato questa dimensione collettiva “il mondo del si”. In questo caso 'si' non significa particella affermativa, ma il pronome impersonale del “si fa così” del “così si deve”. L’essere umano quindi viene gettato (verworfen) in un mondo che è già costruito in una certa maniera e nel quale viene a prendere un posto che gli è stato assegnato dai suoi genitori e dalla loro posizione sociale. Che lo voglia o no, il piccolo io, deve modellarsi seguendo le aspettative che il mondo storico che lo circonda ha per lui.

L’Altro in cui l’io si riflette ha quindi due ordini di grandezza diversi: uno è l’ordine storico-culturale e l’altro è l’ordine individuale rappresentato da tutti gli alter ego, i simili, che l’io trova sulla sua strada. Tutte queste identificazioni vanno a formare un insieme composito e non necessariamente armonico, anzi, spesso conflittuale, che è la psiche individuale. Freud ha anzi scoperto che l’io è per sua natura diviso, non solo fra ciò che è conscio e ciò che è inconscio, ma anche tre le varie e conflittuali rappresentazioni di sé che ha adottato nel corso della sua storia.

La cosiddetta 'depressione' o melanconia interviene quando questo io così fragile, inconsistente, plurale e contraddittorio viene colpito in una delle sue identificazioni fondamentali. Può darsi, per esempio, che un uomo abbia fondato la sua identità sul successo professionale, ma a un certo punto perde il lavoro. Oppure la sua immagine di sé si reggeva sul fatto di essere un buon padre, ma il suo matrimonio fallisce e i suoi figli vanno a vivere con la moglie. Oppure una donna ha puntato tutto sulla bellezza, ma l’invecchiamento le fa perdere l’immagine ideale di sé, oppure sui figli, ma a un certo punto i figli crescono e se ne vanno.  

Ma questi sono eventi esterni e possono dare l’impressione che le cause della depressione siano contingenti e che colpiscano solo alcuni. In realtà la costituzione dell’io è sempre instabile. Nessuno sfugge al lutto e alla perdita, ma nella nostra epoca edonista e super-tecnologica, si fa di tutto per convincere uomini e donne che il dolore è una malattia da sradicare, un’anomalia dovuta a uno scompenso chimico cerebrale o a un comportamento errato che deve essere corretto. Su queste nozioni sono basate le aggressive campagne pubblicitarie delle case farmaceutiche che vendono psicofarmaci contro ogni manifestazione di dolore psichico: anti-depressivi, sonniferi, calmanti, euforizzanti ecc. Sempre di più ci viene prospettato un mondo meraviglioso di consumatori soddisfatti senza dolore, senza invecchiamento e se fosse possibile, senza morte.

In realtà, l’io è una costruzione sempre traballante, costantemente in balìa del desiderio dell’altro. Alexandre Kojeve, un filosofo russo emigrato in Francia negli anni 30 (1933-39) iniziò un ciclo di seminari su Hegel e quel che derivò dalla lettura della Fenomenologia dello Spirito fu prima di tutto che “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’altro”.  Questa affermazione deve essere letta in due sensi: 1. che l’uomo desidera essere desiderato dal suo simile; 2. che l’uomo desidera ciò che desidera il suo simile. La società capitalista ha perfettamente compreso il meccanismo della competizione e della rivalità anche grazie all’aiuto della ricerca psicanalitica e ha messo al lavoro tutta la sua forza massmediatica attraverso la pubblicità per esempio per convincere i cittadini ad acquistare i prodotti presentati come “preferiti” dal gruppo di cui quel tipo di consumatore si sente di far parte (“la cucina più amata dagli italiani”). Quanto al desiderio di essere amati, quello viene gestito soprattutto dall’industria cinematografica e televisiva che si incarica di rappresentare la nostra vita nel modo più accattivante possibile in modo da farci sentire che il nostro modo di essere è quello giusto restituendoci un’immagine positiva e amabile di noi stessi.

Nonostante tutte queste rassicurazioni pare che la depressione dilaghi. In realtà ciò che dilaga forse è l’incapacità, quasi il terrore di affrontare il dolore e la perdita. Anche la cognizione del dolore ha una storia e il nostro tempo è caratterizzato non tanto dalla paura del dolore, che è naturale, ma dalla paura della paura del dolore. Il dolore, insomma è due volte rimosso, la prima volta come naturale ritrarsi di fronte alla sofferenza, la seconda come un ritrarsi perfino dall’idea che la sofferenza possa esistere. Si tratta insomma di una doppia rimozione: il non volere provare dolore e anche il non voler riconoscere che il dolore parla cioè che attraverso il dolore un essere umano ha accesso alla storia delle proprie identificazioni e quindi può comprendere perché diventato quel che è.

Certo la depressione non si produce senza che l’Altro ci abbia ferito. A volte l’io viene ferito in modo molto grave e fondamentale. Un lutto reale è un evento contingente, si può superare, ma la melanconia, cioè la depressione, notava Freud è come un lutto che non si consuma mai. L’essere umano che ne è colpito non riesce a riparare la perdita. Molto spesso la perdita è così antica che non è nemmeno cosciente. Che cosa ha perso quest’uomo o questa donna? Non lo sa. Una terribile catastrofe è capitata nella sua vita, ma non sa quando, probabilmente da sempre, una perdita insanabile e senza nome ha fatto passare quella donna o uomo dal regno delle cose al regno delle ombre. Allora qualsiasi attività diventa insensata, ogni sforzo è vano, ogni piacere insignificante. Allora la vita diventa una fatica inutile e il malinconico aspetta semplicemente che passi, comincia a vedere la morte come un meritato riposo, così aspetta paralizzato la sua fine, se non decide di porre termine alla sua vita prima.

Il dolore del lutto è superabile—un oggetto d’amore è stato perduto, ma un altro può essere ritrovato. Quella donna, o quell’uomo tengono apparecchiato un posto a tavola per l’altro che potrà venire. Quando l’altro se ne va, sarà triste, sarà molto doloroso, ma rimane il posto a tavola, qualcuno un giorno potrà occuparlo. Nel caso del malinconico, oggi si direbbe il “depresso”, quel posto a tavola non esiste più. Il malinconico non apparecchia più per l’altro, non aspetta più, non spera più, non desidera più. La mancanza dell’altro è diventata così enorme che, scrive Freud, “l’ombra dell’oggetto è caduta sull’io”.

All’inizio, il piccolo io aveva amato il suo altro, ma era stato tradito, l’altro lo aveva offeso, abbandonato, era morto, se ne era andato. L’io si è quindi trovato come un ponte sospeso sull’abisso.  Si sa che i ponti hanno bisogno di due sponde per stare in piedi, allora l’io che diventerà melanconico, pur di non rinunciare all’altra sponda, l’ha creata in se stesso: si è identificato con il suo altro. Questo è il problema. Perché  questo altro lo ha offeso in mille modi, inclusa l’offesa fatale, l’abbandono, l’assenza. L’identificazione con l’altro porta il nemico nel cuore di sé. Dal centro del mio essere, l’altro irradia la sua assenza, il suo offensivo disprezzo per quel che sono, che evidentemente sono, perché questa è la ragione per la quale io sono stato tradito e abbandonato.

Per questo “io sono un altro”, per questo “l’ombra dell’oggetto è caduta sull’io”. Freud ha anche detto che l’io non è padrone in casa sua. Nella malinconia, l’io è abitato dal fantasma dell’oggetto perduto che gli ricorda continuamente la sua abiezione. Abiezione, dal latino ab-icere, 'gettare via'. L’io melanconico si considera qualcosa che è stato gettato via, uno scarto, un rifiuto. Nel cuore della sua identità c’è un segno meno  che risucchia tutta la sua forza ed energia e gli impedisce di lasciare spazio un altro oggetto d’amore. Ne parla Baudelaire in una poesia che si chiama  “Un fantasma: Tenebre”


Nei sotterranei di un’insondabile tristezza
Dove il destino mi ha ormai relegato;
Dove non entra mai un raggio rosa e lieto;
dove sto da solo con la Notte, ospite tetra,

Sono come un pittore che un Dio pieno di scherno
Condanna a dipingere sulle tenebre
O come un cuoco di funebri appetiti
Faccio bollire e poi mangio il mio cuore

Ma per un attimo brilla, si allunga e si espande
Uno spettro di grazia e di splendore.
Dal suo sognante portamento orientale,

Quando raggiunge il suo culmine,
Riconosco la mia bella visitatrice:
È lei – nera eppure luminosa.      


Nella poesia di Baudelaire si parla di una donna, ma anche di una metafora—la malinconia è un ossimoro: nera ma luminosa, illuminata di nero. La malinconia ha una forza incantatoria e seducente che impedisce all’io di volgere lo sguardo al di fuori di sé e lo tiene soggiogato nella contemplazione della propria desolazione. Il depresso rimane catturato dalla propria disperazione e la cerca come se fosse un’amante. È questa reazione negativa, questo non voler e non saper dimenticare il proprio dolore che ha fatto ipotizzare a Freud che esistesse una “pulsione di morte” cioè una forza all’interno del vivente che paradossalmente mira alla disgregazione.

Alla pulsione di morte, Freud opponeva il “principio di piacere” a cui attribuiva un valore opposto, cioè la capacità di aggregare, di costruire legami sociali e individuali. Per questo aveva denominato il principio di piacere Eros e la pulsione di morte Thanatos. In realtà la differenza tra questi due principi non è così facile da determinare. Freud era partito dall’idea che l’obiettivo dell’essere umano fosse l’eliminazione del dolore e della tensione e il raggiungimento di un senso di soddisfazione e di pace che identificava con il piacere.

Con l’esperienza, però, Freud si accorse che gli esseri umani non ricercano solo il piacere, ma anche un certo grado di eccitazione e di dolore e che quindi è difficile stabilire se la  vita umana si dispieghi a partire dalla ricerca dell’eccitazione o a partire dalla ricerca della pacificazione. Anche una volta soddisfatti tutti bisogni fisici immediati, fame sete, sonno, l’essere umano non si sente soddisfatto, al suo interno c’è sempre qualcosa che si agita e lo agita e che non cede mai. Questa forza che impedisce la quiete e la pacificazione è la pulsione di morte, non perché cerchi la morte, ma perché impedisce la stabilizzazione del piacere e della soddisfazione. L’essere umano è una creatura che non può mai trovare soddisfazione e che si sente minacciata dal troppo equilibrio e che è quindi portato a eccedere il principio del piacere.

Allora paradossalmente il principio di piacere e la pulsione di morte si incrociano e si invertono: è l’ottenimento del piacere che porta con sé la minaccia della morte perché sospende il desiderio (afanisi). Ed è la pulsione di morte che spingendo alla ricerca di sempre nuove soddisfazioni fa avanzare la vita. I due principi opposti si rivelano complementari. Per questo Lacan ha detto che c’è una sola pulsione, la pulsione di morte e che l’angoscia può essere causata dalla “mancanza della mancanza” cioè dall’incapacità di sentire la mancanza di qualcosa ( da qui il termine accidia “a-keidon”) che significa incapacità di desiderare. E questo ci porta di nuovo alla depressione. Le depressioni contemporanee possono essere causate non dalla perdita e dal lutto, ma dalla morte del desiderio, cioè, appunto, dalla mancanza della mancanza. La mancanza manca e il desiderio che è attivato dalla percezione di una mancanza non trova il modo di strutturarsi.

Anche se il desiderio sembra una cosa primaria e fondamentale, non è facile desiderare, prima di tutto perché per desiderare bisogna essere pronti a rischiare l’errore e il fallimento, ma ancor di più perché per desiderare bisogna aver a lungo coltivato delle passioni e degli interessi. Desiderare significa creare per se stessi un oggetto degno della propria passione, significa elaborarlo nel tempo con una grande devozione e anche con fatica.

Quando si dice che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, non si intende come potrebbe sembrare, che la bellezza è del tutto arbitraria e relativa, ma che è l’io a valorizzare l’oggetto di desiderio, è l’io l’intenditore, l’esperto che nel corso del tempo ha saputo elaborare e raffinare il suo desiderio, che è stato capace di individuare e sviluppare le ragioni che lo portano a desiderare qualcosa e che quindi sa come difendere il suo desiderio e la dignità del suo oggetto dalle svalutazioni che possono provenire dall’esterno. L’io autenticamente desiderante è quello che non segue più il desiderio dell’altro, che non imita più nessuno perché ha assunto una posizione etica, cioè sa cosa significa il suo desiderio e sa anche quando il suo desiderio è invece solo la maschera del conformismo e della paura. La civiltà capitalistica in cui viviamo è fondata invece sul falso desiderio, cioè sul desiderio addestrato a cercare soddisfazione negli oggetti di consumo offerti dal mercato. Il capitalismo invita certo a desiderare, ma a desiderare tutto quel che è contenuto nel catalogo degli acquisti.

L’obiettivo del capitalismo non è solo la produzione di oggetti consumo, ma soprattutto la produzione di soggetti-consumatori addestrati a desiderare quel che propone il mercato. I produttori, per fare un esempio, di chewing gum, per vendere il loro prodotto hanno dovuto preparare i consumatori all’idea che masticare chewing gum è bello. Hanno quindi indotto il desiderio di chewing gum là dove nessuno prima ne sentiva la mancanza. Di conseguenza il fine delle aziende produttrici di gomma americana non è solo vendere la gomma, ma soprattutto creare e mantenere nelle persone la convinzione che la gomma è necessaria al loro benessere (quel che il pensiero marxista ha chiamato ri-produzione delle condizioni di produzione).  In questo senso, i desideri creati dalla società capitalista sono inautentici: la macchina del marketing crea una mancanza perché ha già pronto l’oggetto che la riempirà. Non conta che cosa io desidero, ma il fatto che io desideri proprio la cosa che il mercato di volta in volta può offrirmi. L’oggetto del desiderio deve poter essere prontamente sostituito da qualcosa di analogo, ma anche da qualcosa di completamente diverso. In questo modo viene attivamente ostacolata la soggettivazione del desiderio: il desiderio diventa anonimo nel senso che le specificità della scelta individuale vengono cancellate e universale perché si mira a convincere il più gran numero di persone della desiderabilità dello stesso oggetto.

Assistiamo quindi all’indebolimento della singolarità e quindi alla depressione. Se l’io viene trattato come un’oca all’ingrasso, ingozzato di oggetti, ma reso incapace di articolare da sé i propri desideri, quel che ne risulta è uno stato di depressione senza perché. L’io, letteralmente non sa cosa gli manca, quindi non sa quello che vuole. La pulsione non riesce a legarsi al desiderio e quindi non sa dove andare a trovare soddisfazione e si ripiega su se stessa producendo le melanconia, l’atrabile, una condizione di disperazione e di infelicità senza desideri che è una specie di morte-in-vita.

Come si supera questa condizione psischica? In ogni caso bisogna saper perdere. È necessario saper perdere in due sensi: bisogna che sappia perdere in primo luogo chi ha la forza di desiderare perché potrebbe un giorno vedere svanire ciò che ha ottenuto; e in secondo luogo deve imparare a perdere chi non desidera affatto proprio perché è questo che gli impedisce di vivere. Il lavoro psicanalitico non mira a insegnare come vincere. Per quello ci sono molti specialisti esperti in ogni campo. La psicanalisi cerca invece di insegnare a perdere e quindi a desiderare.

C’è una poesia di una poetessa americana, Elizabeth Bishop, morta nel 1979 che inizia dicendo “l’arte di perdere non è difficile da imparare”:


Elizabeth Bishop

Un'arte

L’arte di perdere non è difficile da imparare
Molte cose sembrano voler tanto
Essere perdute che perderle non è poi un disastro

Perdi qualcosa ogni giorno, accetta lo sconforto
Di chiavi smarrite, di ore mal spese
L’arte di perdere non è difficile da imparare

Impara a perdere di più, più in fretta
Luoghi, nomi, e dov’è che intendevi
andare. Niente di ciò porterà al disastro

Ho perduto l’orologio di mia madre. E guarda! L’ultima,
o la penultima di tre case è andata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.

Ho perso tre città, ed erano belle. E più in grande,
due regni possedevo, due fiumi, un continente.
E sì, mi mancano, ma non è stato poi un disastro.

-- Persino perdere te (la tua voce scherzosa, un gesto
che ho amato) non proverà che è falso. È evidente che
l’arte di perdere non è troppo difficile da imparare
anche se può sembrare (Scrivilo!) un disastro. [1]


Se si accetta di poter perdere la parte di sé che si identificava con l’oggetto perduto e che compone la bella immagine di noi stessi che ci siamo costruiti e che coprendo le nostre debolezze e ci protegge come un’armatura, è possibile iniziare la scoperta graduale delle identificazioni che compongono la nostra personalità. Questa è l’essenza del lavoro psicanalitico: portare alla luce e rimettere ordine nelle identificazioni che si sono stratificate nel tempo—alcune potranno essere lasciate cadere come foglie morte, altre ci sosterranno sempre, altre ancora potranno essere analizzate e reinterpretate.

Se non si accetta di poter perdere qualcosa si rimane in balìa del narcisismo. Nel discorso comune, il narcisista passa per una persona sicura e compiaciuta, tanto soddisfatta di sé da non lasciar spazio a nessun altro. In realtà è vero il contrario: il narcisista è sì attaccato alla propria immagine, ma l’immagine che ostenta non è la sua. Un famoso psicanalista inglese, Donald Winnicot ha chiamato questa immagine protettiva il “falso sé”. Il falso sé sono tutti gli aspetti della personalità che vengono sviluppati per adeguarsi alle aspettative dell’Altro e che impediscono un’elaborazione libera del proprio desiderio. Il “falso sé del narcisismo serve anche a proteggere se stessi dalla percezione di un vuoto interiore.

È vero che lo specchio dell’altro ci ha fatto vivere, ma se l’io non impara l’arte di perdere, lo svezzamento dalle aspettative dell’altro grande o piccolo, alla fine il “falso sé” diventa fin troppo vero e produce un irrigidimento della psiche, una necrosi delle emozioni, un’infelicità senza desideri (il titolo di un libro del 1971 di Peter Handke sul suicidio della madre), un’indifferenza alla vita che si chiama appunto depressione, accidia o  malinconia



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1. Elizabeth Bishop,  Miracolo a colazione (Milano: Adelphi, 2006)