LA DONNA COME SINTOMO DELL'UOMO

Marina de Carneri


INCONTRI di PSICANALISI CRITICA
mercoledì 20 marzo 2013





PSICANALISI E FEMMINISMO




“La donna è il sintomo dell’uomo” dice Lacan. Che cosa significa dire che la donna è un sintomo e aggiungere “dell’uomo”? Vuol dire che la femminilità è un prodotto storico che si è sviluppato per corrispondere ai bisogni e ai desideri maschili. Le qualità cosiddette femminili sono valori e comportamenti coltivati nelle donne e dalle donne nel corso di migliaia di anni in risposta alle attese dell’uomo. Che la donna sia concepita nel sistema patriarcale come un’assistente, una servitrice, un’ancella si coglie molto chiaramente  già nella Genesi dove è scritto che Dio creò l’uomo e in seguito plasmò la donna da una sua costola perché lo aiutasse. Dice la Genesi:
Poi il Signore disse: non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto a lui corrispondente. Allora il Signore Dio modellò dal terreno tutte le fiere della steppa e tutti i volatili del cielo e li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati. ... E così l’uomo impose dei nomi a tutto il bestiame, a tutti i volatili del cielo e a tutte le fiere della steppa, ma per l’uomo non fu trovato un aiuto a lui corrispondente. Allora il Signore Dio fece cadere un sonno profondo sull’uomo, che si addormentò, poi gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio costruì la costola che aveva tolto all’uomo, formandone una donna. Poi la condusse all’uomo.
Allora l’uomo disse: questa volta è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Costei si chiamerà donna perché dall’uomo fu tratta. (Genesi 2. 18-23)
Così Adamo prima nomina gli animali (cioè li nomina suoi servitori) e poi genera la donna dal suo stesso corpo grazie alla fecondazione di un Dio anche lui maschio con un palese rovesciamento dei fatti elementari della biologia. Troviamo quindi nella Genesi un'inversione programmatica delle funzioni sessuali tesa a sottrarre simbolicamente alla donna il potere della generazione. Già nella Bibbia quindi è in atto la strategia di presentare la donna come un complemento dell’uomo e non come un essere che esiste a suo pieno diritto. Nella cultura e nella storia la femminilità si è costruita come una manifestazione del desiderio maschile ovvero come dice provocatoriamente Lacan, "la donna è il sintomo dell’uomo", cioè è costretta ad essere ciò che l’uomo vuole che sia. Tuttavia anche la psicanalisi, essendo un metodo di indagine inventato da un uomo per parlare ad altri uomini, ha mantenuto e ribadito tutti i pregiudizi maschili sulla femminilità. 

La teoria psicanalitica della differenza sessuale è stata ed è tuttora una teoria maschilista e patriarcale che mantiene l’idea che la donna sia subordinata all’uomo. La psicanalisi (come per altro tutte le scienze umane prima dell’avvento del femminismo) non problematizza il dato storico della subordinazione delle donne agli uomini, ma lo accetta come una fatalità legata alla natura dei due sessi. E qual è la costituzione dei sessi? È naturale che il sesso maschile sia forte e attivo (cioè dominante) e che il sesso femminile sia debole, dolce e passivo (cioè sottomesso). Posto che questo è l’ordine necessario delle cose, la teoria psicanalitica cerca nello sviluppo psichico individuale le ragioni per cui le cose stanno così. In altre parole, Freud quando si mette ad analizzare la costituzione della differenza sessuale, non pensa che sia una costruzione storico-sociale, ma ritiene che dipenda dalla forma che spontaneamente assume l’inconscio nei due sessi.

La sua tesi è che il dato da cui si sviluppa la costruzione dell’identità sessuale è prima di tutto morfologico. La differenza visibile dei corpi si riassume in un tratto distintivo principale: la presenza o assenza del pene, cioè dell’organo sessuale maschile. Freud riteneva che avere o non avere il pene per un bambino di sesso maschile abbia un significato che va ben oltre la semplice constatazione di una differenza fisica. Dal punto di vista dello sviluppo psichico di un maschietto, l’esistenza di esseri umani privi di pene costituirebbe un’insormontabile causa di angoscia perché suggerirebbe la possibilità della castrazione, cioè la minaccia di una possibile mutilazione del proprio corpo. Insomma, l’incontro del maschietto con la femminilità sarebbe sin dall’inizio un disastro, una minaccia terribile alla propria integrità fisica.

Come si costituisce invece l’identità sessuale femminile? Freud ipotizzò che la bambina dovesse provare spontaneamente per la propria femminilità lo stesso orrore che coglieva il maschietto. Quindi anche la bambina doveva passare attraverso la castrazione: scoprendosi priva del pene, il suo primo impulso doveva essere di orrore nel vedersi mancante e poi in seconda battuta di invidia per l’organo posseduto dal maschietto. Quel che il maschietto temeva potesse accadergli se non si comportava come desiderano i genitori costituiva per la bambina la triste constatazione di una punizione già avvenuta.

Sulla base di questa interpretazione, Freud ha diagnosticato non tanto una superiorità maschile, quanto un’inferiorità congenita femminile causata dalla percezione della mancanza del pene. Secondo la teoria psicanalitica, le donne soffrirebbero di un complesso di inferiorità inconscio dovuto alla assenza di un organo sessuale visibile. Insomma, la femminilità sorgerebbe da un trauma psichico di natura immaginaria, ma inevitabile perché considerato da Freud intrinseco alla logica della costruzione dell’immagine narcisistica del corpo.

Freud fu in grado di vedere che l’inconscio influenza le relazioni interpersonali e le costruzioni sociali, ma non fu altrettanto capace di osservare l’inverso, cioè come la cultura e la civiltà si impadroniscono della psiche individuale. Egli era infatti convinto che l’inconscio avesse delle dinamiche autonome, selvaggie e avverse al processo di civilizzazione. Il compito assegnato alla psicanalisi era di mediare tra le due istanze opposte--natura e cultura--al fine di mitigare l’eccessivo sacrificio libidico richiesto dalla morale civile. In particolare, la psicanalisi doveva portare allo scoperto i fantasmi sessuali inconsci per dissolverli sotto lo scrutinio della ragione. La cosa si rivelò più difficile del previsto. Così in “Analisi terminabile e interminabile”, Freud osserva:
Di tutte le false credenze e superstizioni che l’umanità reputa di aver superato non ce n’è una di cui non sopravvivano residui ancora oggi fra noi, o negli strati più infimi dei popoli civilizzati, o addirittura  negli strati più elevati della società civile. Le cose, una volta venute al mondo, tendono tenacemente a restarci. Talora verrebbe perfino da dubitare che i draghi preistorici si siano davvero estinti.(1)
Poiché Freud non dubitava che quella femminile fosse una posizione subordinata, quando si mise a analizzare la costituzione della differenza sessuale, non seppe o non volle  accorgersi del più antico dei draghi preistorici che abitava il suo stesso pensiero il pregiudizio contro la femminilità. Ai suoi occhi era talmente evidente che il corpo femminile fosse carente, mancante e debole, che la causa di ciò non poteva essere rintracciata nel pregiudizio maschile, ma fosse da reperire nella modalità della costituzione della differenza sessuale. In particolare, Freud trovò che ciò che tenacemente permaneva resistendo al potere della ragione era il “complesso di castrazione”.

Essere castrati in senso figurato significa non avere alcun potere e essere sottomessi a qualcun altro. Secondo l’esperienza di Freud il complesso di castrazione si manifestava negli uomini nel rifiuto di accettare l’autorità di un altro uomo e nelle donne nell’incapacità di liberarsi dell’ostilità verso gli uomini. Tale ostilità, secondo Freud, si esprimeva nell’inconscio come “invidia del pene”. Così la diagnosi di “invidia del pene” che la psicanalisi ha fatto e purtroppo continua a fare alle donne sarebbe il sintomo di una “protesta virile” segno del fatto che esse non vogliono accettare la femminilità, cioè la loro condizione di subordinazione psichica e sociale agli uomini. Le conseguenze di questa teoria della femminilità sono pesanti: la donna è rappresentata come un maschio incompiuto, sospeso nella perpetua ricerca di un risarcimento che compensi la propria inferiorità originaria (per esempio attraverso il matrimonio e la maternità), oppure come un maschio insicuro in continua competizione con gli uomini e in rivalità con le donne. In ambedue i casi, la femminilità non esiste in se stessa, ma si definisce come un’oscillazione tra la percezione di una mancanza e il desiderio di identificazione con il fallo, cioè con l’uomo.

Così nell’immaginario maschile troviamo da un lato la figura della madre e della moglie, colei che ha accettato la castrazione e ha trovato un risarcimento nel matrimonio e nella maternità e dall’altro l’amazzone, la femmina guerriera che non ha ceduto—una Megera (una delle tre Erinni: Megaira, “l’Invidiosa”) assetata di vendetta, che il mito significativamente ritrae come una creatura alata con chiome di serpente e con in mano una frusta. Madre, moglie, morte—questa è la trinità femminile che Freud ha trattato in un breve saggio intitolato “Il motivo della scelta degli scrigni”. In questo scritto, Freud analizza il motivo letterario e mitologico dell’eroe che deve scegliere tra tre donne, ognuna delle quali rappresenta una funzione femminile. Scrive Freud:
Si potrebbe affermare che ciò che è qui raffigurato sono le tre relazioni inevitabili dell’uomo nei confronti della donna: verso colei che lo genera, verso colei che gli è compagna e verso colei che lo annienta; o anche le tre forme nelle quali variamente si atteggia l’uomo nel corso della vita, l’immagine materna: la madre vera, la donna amata che egli sceglie secondo l’immagine della madre e infine la madre-terra che lo riprende nel suo seno. Ma quando un uomo è ormai vecchio, il suo anelito all’amore di una donna, quell’amore che a suo tempo aveva ottenuto dalla madre, è vano. Solo la terza delle creature fatali, la silenziosa Dea della Morte, lo accoglierà tra le sue braccia.(2)
Quel che più conta sottolineare è che in tutti tre i casi, la donna esiste solo in funzione dell’uomo: è sua madre, sua moglie oppure la sua morte, ma soprattutto è sua, è per lui. Vediamo allora che nell’immaginario collettivo maschile la donna non appare mai come un soggetto desiderante alla pari dell’uomo, ma sempre come qualcosa di più e qualcosa di meno. Non compare una donna reale, ma un’immagine archetipica che funziona da schermo su cui vengono proiettati alternativamente il desiderio o la paura del maschio.

Freud ha osservato che il desiderio dell’uomo per la donna è generalmente di tipo anaclitico cioè “per appoggio”, (Anlehnung) perché deriva dall’attaccamento che da bambino ha provato per la persona che più di ogni altra lo ha amato e sostenuto e a cui deve la sopravvivenza (a cui si appoggia), cioè la madre. La ricerca di un appoggio viene contrabbandata per amore, il che  rivela il fatto che in una società patriarcale la donna è concepita solo come madre ed è desiderata in funzione delle cure che dà, non per quello che è. La donna non è desiderata per se stessa, ma per i benefici che può garantire all’uomo. E per la stessa ragione la figura della Madre può facilmente ribaltarsi in quella della Puttana la cui funzione è di accudire l’uomo in altra maniera cioè rispondendo alle sue richieste sessuali. Così la soggettività femminile scompare totalmente: ciò che una donna è in e per sé e quello che un uomo può significare per lei viene cancellato da una presunta simmetria (“il suo desiderio è il mio”), oppure è semplicemente messo fuori cornice, ai margini, non interessa al maschio che ama vedere del femminile ciò che lo appoggia e a cui si appoggia, cioè quel che si presta a fargli da completamento.

La soggettività femminile scompare e il suo posto è preso da una maschera di sottomissione che dice “sarò come tu mi vuoi”. Questa maschera è stata chiamata da una psicanalista inglese allieva di Freud “mascherata”. Joan Rivière in un importante scritto del 1929 intitolato “La femminilità come mascherata” ha osservato che “le donne che desiderano la mascolinità possono indossare una maschera di femminilità per evitare l’angoscia e la punizione da parte degli uomini”. Cosa significa portare la femminilità come un maschera? O meglio in che cosa deve consistere la femminilità perché la si possa portare come una maschera? Rivière analizza il caso di una donna impegnata in un lavoro considerato tipicamente maschile che la portava a scrivere e parlare in pubblico. Anche se svolgeva questo lavoro con successo, dopo ogni apparizione in pubblico la donna si sentiva angosciata e preoccupata come se avesse fatto qualcosa di sbagliato e avesse bisogno di essere rassicurata e perdonata. Questa insicurezza la spingeva a cercare di ottenere dagli uomini presenti non solo un elogio del proprio lavoro, ma anche un apprezzamento sessuale che cercava di sollecitare con un atteggiamento seduttivo. Perché questo comportamento? Questa è l’interpretazione che Rivière ne dà:
L’esibizione in pubblico delle sue capacità intellettuali, che era eseguita con successo, significava mostrarsi in possesso del pene del padre, avendolo castrato. Dopo l’apparizione in pubblico, veniva presa dal terrore della punizione che avrebbe poi ricevuto dal padre. Ovviamente il tentativo di offrirsi sessualmente era un modo di propiziarsi il vendicatore. … La funzione della coazione non era solo di procurarsi l’approvazione degli uomini, era soprattutto di garantirsi l’incolumità mostrandosi incolpevole e innocente. … La femminilità quindi poteva essere indossata come una maschera sia per dissimulare il possesso della mascolinità, sia per evitare le rappresaglie previste una volta sorpresa a possederla.(3)
Notiamo prima di tutto che nella sua analisi Rivière fedele alla tesi psicanalitica dell’invidia del pene, confonde pene (l’organo) e fallo (l’autorità): “L’esibizione in pubblico delle sue capacità intellettuali significava mostrarsi in possesso del pene del padre”.

L’identificazione di pene e fallo non è scritta nella natura delle cose, è una costruzione dell’ordine patriarcale. L’ordine patriarcale è il regime simbolico che attribuisce potere e autorità ai “portatori di pene”, cioè al sesso maschile. In altre parole, solo gli uomini hanno diritto di comandare e di governare. Così nel momento in cui passa da semplice organo sessuale a simbolo del comando, il pene diventa fallo parola che deriva dal greco phallos (riportato alla radice sanscrita phalati = germogliare e phal = gonfiare) che nella tradizione classica era un’immagine o un simbolo del pene in erezione.

La greca e la romana furono civiltà intensamente fallocentriche e fallocratiche in cui il culto del fallo era manifestato in tutti i modi possibili. Il falli erano rappresentati nella scultura e nella pittura e erano venduti come amuleti. Il fallo fu prima di tutto simbolo di fertilità e di buona salute; con il nome di  fascinum, era l’attributo sessuale del dio Priapo che poi fu stilizzato in un amuleto a forma di corno che si appendeva al polso per scongiurare il malocchio. A proposito, il malocchio è lo sguardo invidioso di chi vorrebbe avere il fallo e quindi augura ogni male a chi ce l’ha, cioè ai chi ha fascino (fascinum). Così  chi ha fascino, cioè potere, deve proteggere tale potere con un simbolo fallico (il corno).

D’altra parte, possiamo immaginare anche che un invidioso non si limiti ad augurare il malocchio, ma che desideri impossessarsi del fallo. È quel che succede alla donna di cui parla Joan Rivière. La donna descritta dopo aver dimostrato di aver acquisito il fallo, cioè la capacità di fare un lavoro da uomo, viene colta da insicurezza--sa di non poter essere un vero uomo, cioè soccombe all'invidia del pene (di cui si sente mancante in quanto donna) e supplisce mettendo in scena la mascherata della femminilità, cioè offrendosi come oggetto deldesiderio per stornare la vendetta degli uomini ai quali sente di aver sottratto il fallo. Rivière paragona il comportamento seduttivo messo in atto da quella donna al gesto di un ladro che, colto in fallo, svuota le tasche per mostrare che in verità lui non ha rubato nulla. Fuor di metafora (o meglio, ricadendoci dentro), la donna è come un ladro che ha rubato qualcosa che non è suo (il fallo) e che vuole dimostrare di essere innocente del furto comportandosi da femmina, cioè lasciando il ruolo attivo all’uomo (in quanto unico falloforo), e sollecitandone il desiderio precisamente attraverso l’esibizione della sua (di lei) “mancanza”.

La donna della mascherata chiedeva agli uomini di essere considerata pari a un uomo (cioè non inferiore) nelle sue funzioni lavorative, ma temeva la punizione perché questa facoltà, in quanto donna, non le era riconosciuta. Così dopo aver trasgredito, si sentiva obbligata a mostrare al mondo di essere rimasta una donna come si deve, cioè capace di attirare il desiderio sessuale maschile offrendosi come oggetto di desiderio. La conclusione di Joan Riviere è provocatoria, ma illuminante. Lei scrive:
Il lettore potrebbe ora chiedere come definisco la femminilità o che cosa differenzia la femminilità dalla mascherata. Quel che intendo dire è che tale differenza non esiste né in superficie né in profondità: sono la stessa cosa.(4)
Il che equivale a concludere che in un regime patriarcale, la femminilità non può esistere in modo autentico, ma può esistere solo come mascherata, cioè come sintomo della maschilità. Ogni tentativo di uscire dalla mascherata viene quindi chiamato dalla teoria psicanalitica “invidia del pene” e condannato come una patologia e le donne che usano il potere della femminilità per acquisire dei benefici vengono rappresentate come delle femmine pericolose.

Non per niente, come nota acutamente Joan Rivière, dietro il fascino della femminilità gli uomini sospettano sempre un hidden danger, un pericolo nascosto. La letteratura e anche la cultura popolare sono piene di figure femminili minacciose che utilizzano la maschera della femminilità per i propri fini: si chiamano femme fatale, o vamp(iress), si chiamano dark lady nel cinema noir e nei romanzi hard boiled americani, si chiamano Salomé, Lilith, Circe, Lamia, ecc. Purtroppo, l’incidenza nella realtà di queste figure è molto inferiore al loro peso nell’immaginario, se cosi non fosse le schiave avrebbero da tempo rovesciato i loro padroni. Nella realtà delle cose, le donne rimangono inevitabilmente catturate nel loro stesso gioco che confonde sovversione e seduzione. Così nella creazione di queste figure mitiche seducenti e pericolose si rivela più che altro la malafede degli uomini, che sapendo benissimo che le donne hanno fondate ragioni storiche per essere loro ostili, trovano mille modi per neutralizzare e umiliare le aspirazioni le loro aspirazioni.

Per concludere ritornando al punto di vista strettamente psicanalitico, la credibilità della teoria dell’origine della differenza sessuale si regge sulla plausibilità di un'unica evidenza clinica, l’invidia del pene. Un’altra psicanalista donna allieva di Freud, Karen Horney ha messo meglio a fuoco la faziosità del dogma della castrazione. Karen Horney già nel 1926 in uno scritto intitolato “La fuga dalla femminilità” osservava:
In realtà, la bambina è esposta fin dalla nascita alla suggestione inevitabile—sia che sia comunicata brutalmente o dolcemente—della sua inferiorità, un’esperienza che stimola continuamente il suo complesso di mascolinità. … Dato il carattere puramente maschile della nostra civiltà è stato più difficile per le donne raggiungere un tipo di sublimazione che soddisfacesse la loro natura, poiché tutte le ordinarie posizioni professionali sono state occupate dagli uomini. Ciò deve aver avuto un’influenza sui sentimenti di inferiorità delle donne perché naturalmente esse non potevano ottenere gli stessi risultati in queste professioni maschili e così sembrava che esistesse una base reale per loro inferiorità. A me sembra impossibile giudicare in quale misura i motivi inconsci della fuga dalla femminilità sono rinforzati dalla reale subordinazione sociale delle donne.(5)
Horney obietta che l’invidia del pene—ove esiste—non è un dato psichico primario dettato dalla logica del pensiero inconscio, ma è un fenomeno secondario, cioè culturalmente indotto e di conseguenza non universale né necessario allo sviluppo psichico. Insomma non necessariamente le donne passano per l’invidia del pene. Una volta che questo dogma psicanalitico sia stato messo in discussione, cade anche la tesi dell’origine psichica della subalternità femminile. Con le sue osservazioni Horney sapeva bene di mettere in questione l’ortodossia psicanalitica oltre che l’arroganza maschile. Horney vide chiaramente che il punto di vista da cui è stata teorizzata la femminilità è maschile e che doveva essere superato. Questo la portò a promuovere una nuova corrente psicanalitica detta “culturalista” che naturalmente fu osteggiata dalla psicanalisi ortodossa.

Prevedibilmente, Freud, i freudiani e in seguito anche Lacan hanno denunciato la tesi del carattere culturale e non necessario dell’invidia del pene come un sintomo di natura isterica, cioè come un’incapacità nevrotica di alcune donne di accettare la dura realtà della disarmonia simbolica prestabilita tra i sessi.







NOTE


1. S. Freud, Analisi terminabile e interminabile e costruzioni nell’analisi (Bollati Boringhieri: Torino, 1977), p. 37

2. S. Freud “Il motivo della scelta dei tre scrigni” in Shakespeare, Ibsen e Dostoevskij (Bollati Boringhieri: Torino, 1976), p. 27.

3. Joan Rivière, “Womanliness as Masquerade” The Inner World (Karnak Books: London, 1991) p. 90-101

4. Joan Rivière, “Womanliness as Masquerade” The Inner World (Karnak Books: London, 1991) p. 90-101

5Karen Horney, “The Flight from Womanhood” Feminine Psychology (New York: Norton, 1993), p. 70