MASCHILISMO NELLA PSICANALISI






Come è noto la funzione della psicanalisi è quella di aiutare le persone ad analizzare il proprio inconscio per metterle in grado di liberarsi dai loro sintomi. Tuttavia, non si può dimenticare che la teoria psicanalitica è stata elaborata ed è esercitata prevalentemente da uomini che parlano dal punto di vista del loro sesso. Il soggetto teorizzato della psicanalisi è quindi un soggetto maschile e il desiderio scoperto e analizzato dalla teoria psicanalitica è il desiderio maschile che viene però presentato come desiderio universale. Lo scritto pubblicato da Sarantis Thanopulos il 31 agosto sul Manifesto online ci mostra chiaramente il maschilismo intrinseco alla psicanalisi.

Thanopulos appartiene alla Società Psicoanalitica Italiana, ramo nazionale della Associazione Psicoanalitica Internazionale ed ha quindi in un certo senso la responsabilità di rappresentare nei suoi scritti le idee condivise dalla comunità psicanalitica. Di fronte alle notizie di donne uccise dai loro compagni presenti o passati che ci arrivano giorno dopo giorno con inquietante regolarità, Thanopulos ha decretato, forte della sua formazione psicanalitica, che non si tratta di violenza di genere, cioè della violenza degli uomini sulle donne, ma che invece “la vittima predestinata è la sessualità”. Non solo, a suo avviso definire l’aggressività degli uomini sulle donne come “violenza di genere”, oltre a essere il sintomo della “pigrizia con cui ci si difende dalla complessità della vita” sarebbe anche un “sostegno involontario al meccanismo che produce l’aggressione”. 

Il significato della violenza di genere e il fatto che le vittime sono donne in carne e ossa, non concetti astratti come “la sessualità”, può passare in secondo piano perché lo Psicanalista esclude a priori che possa esistere un odio sistematico degli uomini nei confronti delle donne. Tuttavia, sono certa che lo stesso psicanalista non esiterebbe ad ammettere l'esistenza del razzismo, cioè dell'odio razziale dei bianchi verso le altre etnie. Ma l’odio di genere, cioè il sessismo, secondo Thanopulos è semplicemente inconcepibile perché 
L’intero edificio sociale si basa sulla complementarietà dei sessi che incastra tra di loro (nella relazione degli amanti e nel mondo interiore di ciascuno di loro) il concedersi all’altro (e alla vita) e la brama di possesso.
Quindi ammettere l’esistenza della violenza di genere:
significherebbe concepire la donna e l’uomo in modo indipendente dalla loro complementarietà e attribuire all’uomo una violenza nei confronti della donna connaturata al suo modo di essere (e risalente al suo patrimonio genetico). 
Ora, l’aggressività sistematica degli uomini contro le donne è ampiamente documentata da pratiche globalmente diffuse quali la prostituzione, l’abuso sessuale, l’uso della pornografia, lo stupro, per non parlare della sistematica subordinazione sociale, economica e culturale. Tuttavia--ci viene detto--questi fenomeni non sono reali perché i due sessi sono biologicamente complementari. In altre parole, poiché ci vogliono un uomo e una donna per fare un bambino, i due sessi sono naturalmente portati ad amarsi. È quindi inconcepibile che un sesso possa odiare l’altro e tanto peggio per la realtà se mostra l'opposto.

Per dissimulare la dura realtà delle cose bisogna naturalmente re-interpretarla in senso positivo. Thanopulos ridefinisce la sottomissione femminile al desiderio maschile come un salutare “concedersi all’altro e alla vita” poiché evidentemente una donna che non volesse “concedersi”, rifiuterebbe la vita stessa. Purtroppo però la “brama di possesso” complicherebbe il desiderio sul lato maschile perché, ci dice Thanopulos, gli uomini aborriscono il “coinvolgimento” che comporta “l’esposizione al desiderio dell’altro” e perché “la passione per l’appropriazione … rischia se non è adeguatamente modulata di distruggere ciò che ha tra le mani”. Eccoci quindi arrivate alla verità del desiderio maschile che lo psicanalista mette tuttavia sotto lo scudo della teoria: il desiderio maschile è “naturalmente” animato da un desiderio di appropriazione, cioè di possesso del corpo femminile, che lo porta, ahimé, a distruggere ciò che “ama”. Ciò vuol dire che un uomo desidera possedere, controllare, sottomettere una donna e quando questa sfugge alla sua presa, la picchia o la uccide. E questa non è forse la migliore definizione della violenza di genere? ... Che tuttavia non esiste, beninteso, perché ci viene presentata come la struttura “normale” del desiderio maschile. 

Alla luce di questa interpretazione, quel che spesso avviene tra uomini e donne non è violenza, ma la normale dinamica tra i sessi. Si tratterebbe di oscillazioni di
Un equilibrio .. vulnerabile perché … il sottile lavoro di contrattazione costante subisce la difficoltà di mediazione tra la necessità di regolamentazione dell’elemento maschile della sessualità, che implica il ricorso a convenzioni e norme, e l’anticonformismo costitutivo dell’elemento femminile.
C’è da non credere alle proprie orecchie: la violenza maschile sulle donne è dovuta alla naturale instabilità dell’equilibrio tra un’eccessiva libertà della sessualità femminile e il desiderio di possesso maschile, il quale deve essere sottoposto a una regolamentazione attraverso il “ricorso a convenzioni e norme” (quali le nobili istituzioni del matrimonio da un lato e il bordello dall’altro, per esempio?). Davvero era necessaria la teoria psicanalitica per giustificare il vecchio adagio che le donne sono tutte troie e che i maschi sono perennemente a caccia di prede sessuali da possedere?

Freud diede inizio al pensiero psicanalitico quando, posto di fronte alle sofferenze delle sue pazienti cosiddette “isteriche”, cominciò a chiedersi in maniera anche piuttosto angosciata: “che cosa vuole una donna?”. Ma a quanto pare la curiosità per il desiderio dell’altro (che è la cura per il desiderio dell’altro) non fa parte del bagaglio personale e professionale di molti psicanalisti. Lo dimostra il fatto che Thanopulos si preoccupa esclusivamente della sofferenza degli uomini:
La violenza nei confronti della donna è sociale e danneggia egualmente uomini e donne come soggetti sessuali. Nella sostanza danneggia più l’uomo che la donna perché l’uomo violento perde l’oggetto del suo desiderio e subisce una deprivazione psichica devastante. Una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva, mentre l’uomo sopraffattore è già morto dentro.
Il maschio violento e omicida è quindi un povero malato che deve essere compatito perché dopo aver eliminato l’oggetto del suo desiderio soffrirà di una presunta “deprivazione psichica devastante” (di cui si prenderà cura lo psicanalista?). La donna perseguitata e uccisa, invece, non ha mai avuto bisogno di nulla, perché ridursi a fare l’oggetto passivo del desiderio altrui, significa essere psichicamente sana e “concedersi alla vita”, salvo poi ritrovarsi morta per troppo desiderio, ma con la soddisfazione postuma di essere proclamata un modello di virtù. Del resto, non è così che si fabbricano le Sante? Si capisce allora perché ultimamente fioriscano i centri di aiuto e sostegno per i poveri uomini violenti, mentre i centri anti-violenza per donne sono sotto-finanziati e dimenticati. 

È il desiderio maschile che conta in un regime patriarcale, solo il desiderio maschile è visibile e visto. Dal punto di vista maschile, la qualità della vita degli oggetti del desiderio—le donne—è irrilevante e comunque facile: è sufficiente essere belle e star zitte, quanto può essere faticoso, in fondo? Nell’immaginario maschile il ruolo dell’oggetto del desiderio si presenta come una condizione invidiabile e di intensa gratificazione. Come deve essere bello, si dicono gli uomini, essere desiderati senza desiderare. Non è forse una posizione di grande vantaggio e di enorme potere? È a questo fantasma, non a una presunta identità femminile di origine genetica, ormonale o altro che è da imputare il crescente fenomeno transgender. In un periodo storico in cui alle donne è concessa massima visibilità sociale solo grazie all’uso della sessualità e attraverso l’erotizzazione sistematica del corpo, si radica in alcuni uomini il desiderio invidioso di competere con le donne sullo stesso terreno. Attraverso il desiderio transgender gli uomini inseguono il fantasma di poter ottenere tutti i benefici che le donne sono supposte trarre dal godimento del loro sex appeal, mantenendo allo stesso tempo il vantaggio acquisito alla nascita di un’identificazione con il desiderio maschile. 

Ciò dimostra che l’identità sessuale non ha nulla a che fare con la complementarietà 'naturale' dei reciproci organi sessuali se non nella misura in cui essa è socialmente costruita. L’identità sessuale e la differenza sessuale sono costruzioni culturali che servono a fare in modo che i sessi si adattino di buon grado e possibilmente con una misura di godimento alle funzioni sociali a cui sono stati destinati. Un desiderio sessuale che disumanizza il partner trasformandolo in oggetto serve a mantenere la funzione di comando maschile, mentre la passività e docilità sessuale prescritta alle donne serve a mantenere la subordinazione sociale femminile. 

Il breve scritto di Thanopulos utilizza la teoria psicanalitica per legittimare l’ordine simbolico costituito, cioè il patriarcato. È triste perché la psicanalisi ha avuto inizialmente un’ambizione molto più nobile: Freud cercò capire la causa delle sofferenze delle donne che venivano a consultarlo e lo fece teorizzando per la prima volta l’ascolto come strumento terapeutico. Le donne che lo cercavano erano diverse dalle altre perché non riuscivano a sottomettersi e a sopportare un relazione iniqua con gli uomini. Per questo arrivavano da Freud con ogni tipo di sintomi fisici e comportamentali. Una protesta che non poteva essere messa in parole doveva essere agita con il corpo e messa in scena in modo cifrato. La psicanalisi è nata nel momento in cui Freud capì che quei sintomi non erano il segno di una malattia, ma di una protesta che per via delle proibizioni sociali non poteva essere direttamente e consapevolmente espressa. Così nacque il concetto di inconscio.

Purtroppo questa intuizione autenticamente rivoluzionaria è durata il tempo di un baleno ed è stata rapidamente fagocitata dall’ortodossia del pensiero patriarcale (psicanalitico e non) fino all’avvento del femminismo la cui critica della teoria psicanalitica (ma non del metodo psicanalitico in sé) è stata radicale. Mentre nei paesi anglosassoni, molti psicanalisti e soprattutto psicanaliste hanno accolto i contributi della critica femminista, in Italia ciò non è avvenuto. In Italia la parola “femminista” è un insulto e lo psicanalista aspira a porsi come unico interprete e arbitro del desiderio femminile nei modi che abbiamo appena visto. 

La cosa è molto grave: far parlare il sintomo significa mettere a nudo le condizioni sociali che l’hanno creato, non significa cercare di dissimularlo raccomandando un giusto equilibrio tra aggressore (uomo) e aggredito (donna). Non significa negare la violenza di genere e dare a intendere a una donna che il suo compagno è da comprendere e da compatire perché sottrarsi al suo controllo gli creerebbe una devastante deprivazione. Con questo tipo di interpretazione, la psicanalisi dimostra ancora una volta di mettersi dalla parte del più forte: si erige come sempre in difesa del desiderio maschile e quindi di fallisce miseramente il suo compito.