SESSISMO E VIOLENZA SULLE DONNE





Da alcuni anni anche in Italia i media hanno cominciato a utilizzare la parola ‘femminicidio’ per indicare il fenomeno della violenza omicida degli uomini contro le donne. Questa parola non piace a molti e ha sollevato perplessità e perfino reazioni di rigetto in alcune persone, anche in alcune donne. Per esempio, Isabella Fedrigotti, giornalista del Corriere della Sera ha scritto:
Sono sempre più frequenti gli assassini dentro la famiglia le cui vittime sono mogli, fidanzate, compagne, uccise dai partner. Delitti che si sentono definire, per una certa ansia di precisione, “femminicidi”: parola che rischia di ottenere un effetto opposto a quello che si propone, che finisce per farli intendere come chiusi in una categoria, meno gravi dei normali omicidi. (1)
Bossi Fedrigotti trova che l’uso della parola ‘femminicidio’ sia il risultato di una certa “ansia di precisione”, cioè che il sottolineare il fatto che i morti sono donne sia una specificazione inutile, perfino dannosa, perché precisare che il bersaglio sono le donne “rischia di farli subito intendere [quegli omicidi] come minori, meno gravi dei normali omicidi”. Non bisogna, dice lei, sottolineare il sesso della vittima perché purtroppo nella percezione generale le donne contano di meno degli uomini e chiamarle ‘femmine’ renderebbe evidente questo disprezzo:
Ci piace essere chiamate femmine? Non tanto. Probabilmente, perché, magari erroneamente, abbiamo l'impressione di sentire in quel termine una vaga intenzione di svilimento, se non di disprezzo. Del resto - sebbene la parola alle nostre orecchie italiane suoni inevitabilmente un po' più nobile - è facile pensare che neppure gli uomini siano molto contenti di sentirsi definire maschi, una sorta di timbro per distinguere un capo di bestiame.(2)
A Bossi Fedrigotti non piace essere chiamata ‘femmina’ perché giustamente non vuole essere ridotta al proprio apparato riproduttivo, ma soprattutto perché percepisce chiaramente che la declinazione al femminile di una cosa porta con sé un immediato svilimento della stessa. La femminilità è quindi dal punto di vista dell’inconscio collettivo un valore negativo, qualcosa che una donna volentieri vorrebbe dimenticare per considerarsi semplicemente un ‘essere umano’ (in tedesco Mensch). Infatti Bossi Fedrigotti dice:
Felice la lingua tedesca, si vorrebbe dire, che per uomini, donne e anche bambini possiede il termine Mensch che, pur contenendo il resto di una radice maschile, indica la profondissima essenza umana.(3)
La parola Mensch in tedesco è di genere neutro, ma contiene—osserva Bossi Fedrigotti--“il resto di una radice maschile”. Data la connotazione spregiativa del concetto di femminilità e di conseguenza di qualsiasi termine declinato al femminile, è proprio grazie alla presenza di un “resto” linguistico maschile che donne e bambine possono rivendicare di avere, nonostante tutto, una “profondissima essenza umana” che invece in quanto femmine non è loro concessa. Solo nella misura in cui posseggono una “parte maschile” la loro natura u(o)mana può essere riconosciuta. Ma sarà riconosciuta solo a condizione che accettino di sparire in quanto donne. Un soggetto femminile può ottenere riconoscimento da un punto di vista simbolico solo attraverso la rimozione/negazione della propria femminilità. Ma per fare ciò le donne devono riuscire a nascondere prima di tutto a se stesse la propria condizione di subordinazione negando allo stesso tempo anche i propri reali desideri, timori, bisogni e sentimenti. Da un punto di vista psicanalitico questa rimozione è la radice di tutti i sintomi specifici della sofferenza psichica femminile, dall’anoressia alla bulimia, alla depressione alla auto-mutilazione.

Poiché tutti gli uomini sono uguali, incluse le donne, se sanno comportarsi da uomini, le evidenti diversità di ruolo, di carattere e di dignità tra maschi e femmine sono attribuite a un’inclinazione innata specifica del sesso femminile. È ‘naturale’ che le donne amino fare figli e preferiscano le occupazioni legate alla cura del prossimo. È naturale che le donne siano dolci, pazienti e disponibili dato hanno un’inclinazione alla passività, mentre gli uomini sono naturalmente attivi. È naturale che le donne si prestino ad essere l’oggetto del desiderio sessuale degli uomini, ed è naturale quindi che la bellezza sia sempre la qualità più apprezzata e più sottolineata in una donna.

Rispetto all’attribuzione di una funzione attiva o passiva a ciascun sesso, la ricerca antropologica ha fatto delle scoperte molto rilevanti. Claude Lévi-Strauss, famoso antropologo francese, ha individuato due costanti nella struttura sociale elementare di tutte le civiltà, la prima è l’esogamia, la seconda è la proibizione dell’incesto. L’esogamia è la legge che impone che i figli debbano sposarsi al di fuori del loro clan, questa legge è attuata grazie alla proibizione dell’incesto che impedisce agli appartenenti allo stesso ceppo di sposarsi tra di loro. Lévi-Strauss osserva:
[La proibizione dell’incesto] equivale a dire che nella società umana un uomo non può ottenere una donna se non da un altro uomo, che gliela cede sotto forma di figlia o sorella.(4)
I matrimoni in tutte le società tradizionali non sono questioni di scelta individuale, ma sono decisi dai padri, i quali si scambiano le donne della famiglia (figlie o sorelle) per ottenere vantaggi materiali, economici e sociali. Lévi-Strauss aggiunge:
Le regole del matrimonio e i sistemi di parentela [devono essere considerati] come una specie di linguaggio, cioè un insieme di operazioni destinate ad assicurare, tra gli individui e i gruppi, un certo tipo di comunicazione. Che il messaggio sia qui costituito dalle donne del gruppo che circolano tra i clan, le stirpi o le famiglie (e non, come invece nel linguaggio dalle parole del gruppo che circolano tra gli individui) non altera affatto l’identità del fenomeno considerato in entrambi i casi. (5)
Le società umane si sono formate, organizzate ed evolute sulla base dell’istituto sociale dello scambio delle donne da parte degli uomini. La circolazione delle donne, o più esattamente il traffico delle donne crea i legami di parentela e di amicizia tra gli uomini, cioè le alleanze tra i clan, le tribù e le nazioni. È un fatto documentato che le donne nella storia delle civiltà siano sempre state oggetto di scambio e siano state utilizzate per ottenere gratuitamente servizi sessuali, di accudimento e di riproduzione. Questa struttura sociale, basata sulla dominazione maschile e sull’asservimento femminile si chiama patriarcato, cioè regime dei padri.

Poiché le donne sono sempre state proprietà dei loro padri e mariti, il loro stato civile è stato storicamente analogo a quello degli schiavi, il cui lavoro è un atto obbligato e non retribuito e la cui vita ha meno dignità di quella di un uomo libero perché è una funzione del valore d’uso e di scambio dei servizi resi. Per questo nei regimi patriarcali (inclusi quelli tardo-patriarcali come le democrazie capitalistiche in cui viviamo) la vita di una donna può essere sacrificata più facilmente e spesso impunemente. Come giustamente ha osservato Bossi Fedrigotti—la violenza fatta a una donna sarà meno grave di quella fatta a un uomo e tenderà a passare inosservata. 

E questo ci porta al fenomeno del femminicidio.

Certamente da che mondo è mondo esiste la violenza dell’uomo sull’uomo, esiste la guerra, la tortura e lo sfruttamento. E poiché le donne non partecipano in prima persona alle lotte sanguinose per il potere e il dominio che attraversano il mondo maschile, si tende a pensare che siano esenti dalle forme più brutali di violenza. Le cose non stanno così: esiste un’intera categoria di atti violenti di cui le donne sono vittime in quanto ‘femmine’. È per questo che la creazione del termine ‘femminicidio’ è importante. La parola ‘femminicidio’ è stata utilizzata per la prima volta nel 1992 da una sociologa sudafricana emigrata in Inghilterra, Diana Russel, per dare rilievo penale e culturale a una categoria specifica di atti di violenza il cui movente fondamentale è l’odio contro il sesso femminile.(6) Diana Russel ha coniato la parola ‘femminicidio’ (uccisione di ‘femmine’) per sostituire il termine ‘omicidio’ uccisione di uomini, dove ‘uomini’ ha valore universale e include anche le donne oscurando però il fatto che la violenza sulle donne ha un movente diverso dalla violenza sugli uomini.

Il dato della violenza sulle donne quindi non è un evento recente e contingente frutto della degenerazione dei costumi o dell’improvviso e inspiegabile impazzimento di un certo numero uomini, cioè non è un fenomeno di emergenza criminale da gestire esclusivamente con provvedimenti punitivi o un fenomeno di psicopatologia psichiatrica. L’oppressione delle donne non è né recente, né contingente. La violenza sulle donne è una costante di tutte le civiltà e il fondamento più o meno rimosso di tutte le culture.

Così l’introduzione del termine ‘femminicidio’ nell’ambito della ricerca sociologica è stato un atto semplice, ma di portata rivoluzionaria perché la disponibilità di una nuova parola ha permesso di far emergere un fenomeno—la violenza sistematica del sesso maschile su quello femminile—la cui magnitudine è stata invece rimossa nella sensibilità comune e ignorata dalla ricerca sociale. Le ricerche fatte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’ONU hanno identificato e quantificato varie forme di femminicidio, le principali sono le seguenti.


Aborto selettivo, infanticidio delle bambine, femminicidio legato alla pratica del pagamento della dote

In paesi sovrappopolati come la Cina, l’India, il Pakistan e nel Sud-Est Asiatico è comune la pratica dell’infanticidio delle femmine (per esempio in India mancano all’appello 50 milioni di bambine). In questi paesi funziona ancora pienamente la legge dell’esogamia, cioè le donne vengono cedute dal padre al marito e diventano proprietà della sua famiglia. In questo contesto avere una figlia è una grande sfortuna per la famiglia di provenienza perché i genitori di sole femmine rischiano di perdere da vecchi il sostegno di una donna che li assista. Avere una figlia è quindi una perdita in termini di soldi (la dote) e di servizi.

È quindi molto più vantaggioso per i padri avere figli maschi che sposandosi faranno arrivare una donna in casa che porterà una dote e adempierà a tutte le funzioni di accudimento. Di conseguenza, le femmine, soprattutto se sono figlie uniche nei paesi in cui è possibile determinare il sesso del nascituro vengono abortite, e dove ciò non è possibile vengono uccise alla nascita per avvelenamento, oppure sono abbandonate o lasciate morire per mancanza di cibo e di cure. L’infanticidio delle bambine in alcuni paesi ha finito per causare un tale squilibrio nella proporzione tra i sessi che si è sviluppata una nuova forma di violenza sulle donne, il business del ratto delle mogli, ovvero il rapimento e rivendita delle ragazze in età da marito. 

Un’altra forma di violenza derivante dall’istituto del traffico delle donne è quello delle uccisioni o induzioni al suicidio delle mogli dovute alle continue richieste di pagamenti da parte della famiglia del marito. Soprattutto in India, i genitori di una femmina possono cederla solo dietro versamento di una dote. Accade però che questa ingiunzione di pagamento venga trasformata dal marito e dalla sua famiglia in una specie di taglieggio per cui la moglie verrà mantenuta solo a condizione che la sua famiglia paghi di più e ancora. Se ciò non accade la donna può essere uccisa o indotta al suicidio dalle intollerabili condizioni di vita in un ambiente ostile dando al marito la possibilità di acquisire una nuova moglie e una nuova dote.


Mutilazioni genitali femminili

Qualche volta le mutilazioni genitali femminili vengono chiamate “circoncisione femminile”: questa espressione è un eufemismo usato per mascherare la gravità del procedimento. La circoncisione maschile è praticata nei paesi musulmani e anche in America del nord e non ha effetti negativi né sulla sessualità né sulla salute. Le mutilazioni genitali femminili invece sono delle pratiche cruente e crudeli che hanno l’obiettivo di ridurre o estinguere la sessualità femminile e imporre alle donne la passività che viene spacciata come un attributo ‘naturale’ del loro sesso. Ci sono tre tipi di mutilazioni genitali:
  1. la clitoridectomia, cioè la rimozione parziale o totale della clitoride. 
  2. l'excisione, cioè l’eliminazione della clitoride e la rimozione anche delle labia minora.
  3. l’infibulazione, cioè la rimozione della clitoride e la ricucitura totale o parziale dell’apertura vaginale.
Come è ovvio, questi interventi hanno conseguenze devastanti sulla salute fisica e psicologica: infezioni, dolore cronico, difficoltà ad urinare, difficoltà di mestruazione, infertilità, rapporti sessuali dolorosi e gravi complicazioni durante il parto. Le mutilazioni genitali femminili sono praticate abitualmente in 27 paesi dell’Africa, nello Yemen e in alcuni paesi del Medio Oriente. Nel mondo le donne che hanno subito mutilazioni genitali sono tra i 100 e i 140 milioni, al ritmo di 3.3 milioni ogni anno.(7)


Delitti d’onore e stupro

In Italia conosciamo molto bene il fenomeno del ‘delitto d’onore’ che ha fatto parte fino a pochi decenni fa della nostra cultura e del nostro codice penale. Un delitto d’onore è l’uccisione della moglie adultera e qualche volta anche dell’amante di lei da parte del marito al fine di preservare il suo ‘onore’ e quello della sua famiglia. Naturalmente il disonore nasce dal fatto di non essere riuscito, in quanto maschio, a controllare il comportamento della moglie (che tradendolo ha mostrato una libertà sessuale e personale inaccettabile). La perdita dell’onore equivale alla perdita della virilità, che è la capacità di un uomo di difendere ad ogni costo le sue ragioni e le sue proprietà. La disubbidienza femminile era ritenuta un tale affronto alla virilità che si credeva che il marito perdesse il controllo di sé (raptus) al momento del femminicidio. In questo caso era ritenuto incapace di intendere e di volere e il codice penale prevedeva una riduzione di pena. Oggi i delitti d’onore avvengono soprattutto nel Medio Oriente e nel Sud dell’Asia, ma non mancano nemmeno nelle democrazie occidentali, tra cui l’Italia, dove sono stati benevolmente ribattezzati dalla stampa ‘delitti passionali’ perché si reputa che siano compiuti da uomini che amano troppo, cioè uomini gelosi, troppo impetuosi e innamorati che perseguitano e infine uccidono le donne che vogliono lasciarli. 

Contemporaneamente al concetto di ‘delitto d’onore’ è esistito in Italia fino al 1981 l’istituto del ‘matrimonio riparatore’ (art. 544 del Codice penale) che poteva essere celebrato in seguito allo stupro di una donna. Normalmente i codici patriarcali condannano lo stupro perché danneggia la proprietà di un altro uomo dato che una donna non più vergine non può più essere data in moglie, a meno che lo stupratore che l’ha violentata non decida di sposarla con un matrimonio riparatore che permette a lui di evitare le conseguenze penali e sociali del suo atto e a lei di reintegrare l’onore. Le origini del matrimonio riparatore sono così antiche che si trovano nella Bibbia:
Se uno trova una fanciulla vergine, non fidanzata, l'afferra e giace con lei, e sono scoperti, (29) l'uomo che ha giaciuto con la fanciulla deve pagare al padre di lei cinquanta sicli d'argento e lei diventerà sua moglie, perché lui l'ha disonorata, né la potrà mai rimandar via per tutta la sua vita. (Deuteronomio 22, 23 -29)
Come è noto, la prima donna italiana a rifiutare la pratica del matrimonio riparatore fu una donna siciliana, Franca Viola nel 1966. Franca Viola era stata promessa dal padre a un mafioso che prima del matrimonio fu arrestato. Questo indusse il padre di Franca a rompere il fidanzamento. L’ex-fidanzato e i suoi compagni mafiosi cominciarono allora a minacciare la famiglia arrivando a irrompere in casa e a rapire Franca che fu violentata e segregata in un casolare e poi a casa del promesso sposo finché la polizia non la trovò e liberò. La funzione del rapimento dello stupro era appunto quella di obbligare la ragazza, ormai disonorata, al matrimonio, matrimonio che Franca Viola rifiutò. E questo spiega la funzione sociale dello stupro, che è la forma più comune e più ignorata e sotto-denunciata di violenza contro le donne. Lo stupro non è l’effetto di una sessualità maschile esuberante che quando è sollecitata (dalla vittima, naturalmente) non riesce a contenersi e che deve trovare soddisfazione immediata. È invece la manifestazione di una collaudata strategia di terrore il cui fine è la sottomissione delle donne. 

Infatti, poiché il prestigio maschile è misurato attraverso il possesso di oggetti che significano potere e ricchezza, primi tra tutti i corpi femminili, il disonore dell’uomo è di veder lesa la sua proprietà e quindi il suo status sociale, quello della donna di vedere crollare il proprio valore sul mercato del matrimonio dopo la violenza sessuale. Quindi la virtù femminile per definizione è la capacità di mantenersi ‘pura’ cioè intatta (vergine) fino al matrimonio. Così lo stupro, oltre a segnare un deperimento oggettivo della qualità dell’oggetto-femmina, è considerato il segno di una debolezza morale della donna che l’ha subito, che la renderà inadatta ad essere una moglie e una madre lasciandole aperta, in alcune società, solo la via della prostituzione o del suicidio.

D'altra parte, poiché la vir-tù di un uomo è la capacità di proteggere il suo ‘onore’, cioè tutte le sue proprietà e prerogative con la violenza se necessario, lo stupro può essere praticato come strumento di guerra contro il nemico. In alcuni paesi del Sudamerica come il Messico e il San Salvador il femminicidio è utilizzato come arma nella conflitto tra i cartelli della droga. Secondo i dati i femminicidi in questi paesi sono aumentati del 500% negli ultimi tre anni.(8) La stessa funzione hanno gli stupri di guerra. Non è ancora sufficientemente noto che in tutte le guerre di tutti i tempi, lo stupro e l’uccisione delle donne del nemico è una strategia consapevolmente adottata per umiliare gli uomini e disintegrare le comunità perché le donne che sono state stuprate sono considerate colpevoli e vengono disprezzate e allontanate. È quel che è successo durante la guerra civile in Ruanda nel 1994 dove lo stupro è stato usato come strumento di pulizia etnica e nella civile Europa dove durante la guerra in Bosnia dove sono state stuprate tra le 200.000 e le 500.000 donne.(9) Lo stupro e l’uccisione della donna del rivale o del nemico non ha nulla a che fare con il piacere e con la sessualità, ma è un atto simbolico diretto a mostrare che il nemico è così vulnerabile che le sue proprietà più preziose possono essere facilmente colpite.


Violenza domestica

Per violenza domestica si intendono tutte le forme di violenza—dall’uccisione all’incesto, allo stupro, alle botte e alla violenza psicologica—per mano di uomini che fanno parte della famiglia. I dati per l’Europa mostrano che nel 2008 metà delle vittime di femminicidio sono state uccise da componenti della famiglia principalmente da mariti, ex-mariti, fidanzati o ex-fidanzati. Inoltre, nonostante i media si spendano spesso in campagne allarmistiche per mostrare che le donne che vanno in giro da sole sono in grave pericolo di aggressione—preferibilmente per mano di cittadini extra-comunitari—le statistiche ci dicono che il luogo più a rischio per le donne non è la strada, ma la casa.(10)

In Italia le vittime di femminicidio, secondo gli ultimi dati, sono circa un centinaio all’anno, ma non bisogna dimenticare che la morte è il punto finale di una linea continua di violenza che può essere semplicemente verbale e psicologica per poi diventare fisica e sessuale prima di portare alla morte. Ma mentre la morte violenta di una donna naturalmente dà nell’occhio, tutte le altre forme di violenza non sono quasi mai denunciate alla polizia perché il discorso pubblico non fornisce le parole e i concetti per definirle. Di conseguenza non c’è disponibilità all’ascolto sulla questione della violenza di genere non solo nelle istituzioni, ma nemmeno nei mass media e nella cultura in generale. L’atteggiamento più comune è quello di considerarla una faccenda privata da risolvere in famiglia in cui lo Stato non deve entrare. Inoltre, spesso si tende a dare la colpa alla vittima a cui si rimprovera di essersela cercata scegliendo l’uomo sbagliato, oppure di essere debole e di subire passivamente e in fondo di amare la propria condizione.

In verità, esiste una pesantissima pressione culturale che ricade sulle donne e che le convince della necessità di mantenere l’unità della famiglia ad ogni costo anche a scapito della salvaguardia dell’integrità fisica e del benessere personale. Il divorzio, soprattutto nei paesi cattolici è vissuto come un fallimento individuale e un trauma per figli. Generalmente si ritiene che la salute dei figli dipenda dal vivere a stretto contatto con il padre, anche se è un padre spesso assente che picchia o maltratta la madre di fronte a loro. Le donne quindi spesso cercano minimizzare e illudersi che ogni atto di violenza sarà l’ultimo preferendo pensare che il marito/compagno ha semplicemente degli attacchi di ‘malumore’ che prima o poi passeranno. Per queste ragioni, una donna vittima di violenza domestica spesso non trova la forza psichica per dare ragione a se stessa, né trova appoggio tra amici e parenti che pur compatendola non la incoraggiano ad andarsene, né riceve sostegno dalle istituzioni che non riconoscono la violenza che subisce. Molte donne inoltre rimangono all’interno di una relazione violenta semplicemente perché non hanno i mezzi economici per andare altrove specialmente se ci sono dei figli o ancora più semplicemente perché sono terrorizzate dalle minacce di ritorsione dei compagni.

Per concludere, in quanto psicanalista vorrei fare delle considerazioni sulla maniera in cui la psicanalisi ha interpretato la questione della differenza di genere che è la radice della violenza maschile sulle donne e che nel linguaggio psicanalitico è chiamata ‘differenza sessuale’. Diversamente dalle altre scienze umane, che fino all’arrivo del femminismo, hanno oscurato la questione di genere adottando il punto di vista maschile universale, cioè fingendo di credere che le donne sono uomini come tutti gli altri, Freud ha scandalizzato moltissimo dicendo apertamente che nell’inconscio e fin dall'infanzia gli uomini percepiscono le donne (e le donne percepiscono se stesse) come esseri inferiori. A suo parere questo era dovuto alla differenza sessuale, cioè al fatto che le donne non hanno un pene e che questa differenza anatomica le renderebbe mancanti agli occhi degli uomini (e purtroppo anche ai propri) non solo nel corpo, ma anche nello spirito. Freud però ha fatto l’errore fatale per tutta la teoria psicanalitica successiva di attribuire a una dinamica psichica inconscia ciò che invece è una costruzione della cultura patriarcale. In altre parole, si ritrova nei bambini un disprezzo per la femminilità che è comunicato molto presto e in maniera inconscia dai padri e dall’ambiente che li circonda. Quindi se i bambini pensano che le donne siano inferiori perché sono prive di pene è perché hanno interpretato con i loro strumenti la evidente disparità di potere fra il padre e la madre. 

In realtà, la storia della teoria psicanalitica rispetto alla differenza sessuale è fatta di intuizioni rivoluzionarie e di successive ritrattazioni e chiusure. Freud per esempio è stato il primo a ipotizzare che i disturbi isterici fossero causati dal ricordo inconscio di traumi sessuali subiti nell’infanzia. Scrive Freud:
L’episodio [di molestie sessuali], di cui il soggetto ha conservato un ricordo inconscio, è un’esperienza precoce di rapporti sessuali … come conseguenza di un’aggressione sessuale effettuata da un’altra persona e inoltre il periodo nel quale tale funesto avvenimento si è svolto è quello dell’infanzia, cioè quello che va fino agli otto-dieci anni prima che il bambino sia arrivato alla maturità sessuale.(11)
E aggiunge:
A me sembra assolutamente indubbio che i nostri bambini si trovano esposti agli assalti sessuali assai più spesso di quanto non ci si dovrebbe aspettare dalle scarse precauzioni prese al riguardo dai genitori.(12)
Secondo Freud gli aggressori sessuali dei bambini—ma più spesso delle bambine—erano principalmente adulti estranei (maestri, per esempio) oppure membri della famiglia e infine i fratelli più grandi che erano a loro volta stati molestati e ripetevano l’esperienza sui più piccoli. Da ciò Freud trae delle conclusioni importanti:
Sono perciò propenso a ritenere che il bambino non possa essere in grado di trovare la via agli atti dell’aggressione sessuale se prima non sia stato a sua volta sedotto. La base per una nevrosi verrebbe quindi sempre posta nell’infanzia da un adulto, e i bambini si passerebbero dall’uno all’altro la disposizione ad ammalarsi di isteria.(13)
Ho parlato di ritrattazioni e chiusure perché un anno dopo aver scritto questo, a partire dal 1997, Freud cominciò a rivedere la sua teoria della nevrosi fino ad arrivare a un quasi totale capovolgimento. Pur ammettendo l’esistenza di traumi sessuali reali e dei loro effetti, Freud cominciò a teorizzare che le vere cause dell’isteria non fossero episodi traumatici reali, ma fantasie di natura sessuale. Ma qual era l’origine di queste fantasie? Freud teorizzò che i bambini attribuiscano un valore sessuale ai gesti di accudimento e di affetto della madre nell’infanzia e che su questo costruiscano retroattivamente delle fantasie di episodi incestuosi che però non sarebbero mai avvenuti nella realtà. In questo senso, la sessualità sarebbe inevitabilmente legata a un desiderio incestuoso del bambino per la madre che retroattivamente, cioè dopo il passaggio attraverso il complesso di Edipo verrebbe percepito come un ricordo di violazione/aggressione personale attribuita a un adulto, ma la cui iniziatrice sarebbe sempre, inconsapevolmente o no, la madre. In seguito, Freud arrivò anche a ipotizzare che queste fantasie sessuali fossero tramandate nell’inconscio collettivo come memorie filogenetiche della specie umana.

Questo capovolgimento della teoria iniziale ha avuto effetti nefasti sulla nozione psicanalitica di maternità e femminilità. Da un lato, la donna/madre è stata vista come l’istigatrice di tutte le fantasie sessuali dei bambini ai quali a loro volta è attribuita una sessualità sregolata, senza limiti e senza tabù, detta ‘polimorfa-perversa’. Ecco perché la scuola psicanalitica freudiana si è concentrata sull’analisi delle infinite colpe delle madri che senza l’intervento separatore dell’autorità paterna sono considerate incapaci di limitare il loro desiderio erotico inconscio nei confronti dei figli causando turbe sessuali di ogni tipo.

D’altra parte, la dissidente scuola psicanalitica junghiana, cioè la ‘psicologia analitica’, si è  dedicata all’analisi dell’inconscio collettivo, cioè delle presunte memorie collettive della specie umana, dette ‘archetipi’. Per esempio Luigi Zoja, prominente psicanalista junghiano italiano ha recentemente scritto un libretto che si intitola Centauri—Mito e violenza maschile (2010) per spiegare che lo stupro, lontano dall’essere una forma di violenza non solo tollerata, ma anche istituzionalizzata con precise funzioni all’interno dei regimi patriarcali--come abbiamo visto--sarebbe l’effetto del riemergere del terribile Archetipo del Centauro.

Nella mitologia classica i centauri erano esseri metà uomo e metà cavallo, violenti, selvaggi, rozzi e brutali che andavano in giro armati di clava lanciando urla spaventose. Ora, secondo Zoja i poveri maschi della specie umana—a differenza delle femmine, che sarebbero più evolute—sarebbero rimasti in qualche modo ancorati al livello primitivo della brutalità animale e, specialmente quando riuniti in gruppo, sarebbero posseduti dall’Archetipo del Centauro:
Per il centauro non esisteva differenza tra vita sessuale e violenza sessuale: erano una cosa sola, la vera forma di sessualità era lo stupro. Per il centauro non esisteva neppure la differenza tra guerra e violenza orgiastica sulle donne: erano una cosa sola, la sola forma di lotta era quella accompagnata da ebbrezza collettiva e stupro. Per questa estasi perversa si può quindi usare il nome centaurismo.(14)
Con l’invenzione del ‘centaurismo’, il dato di fatto della subordinazione sessuale femminile e l’identificazione di sesso e potere nell’esercizio della sessualità maschile quali elementi culturali fondanti del sistema patriarcale vengono mascherati e rimossi per concentrarsi sulla contemplazione poetica e commossa della potenza dei miti e degli archetipi. L’esercizio della violenza attraverso la sessualità maschile non è letto come un fatto sociale e culturale da trasformare, ma come un dato di natura ricorrente, una specie di richiamo della foresta, che bisogna combattere e che si può forse controllare, ma non cambiare.

Assecondando il senso comune più retrivo, anche Zoja pare convinto che gli uomini che commettono stupri e violenze siano colti dal consueto raptus, qui ribattezzato ‘centaurismo’ che li costringerebbe ad agire in conformità con impulsi animali e contro i nobili principi della civiltà. 

Spero che a molti uomini non faccia piacere sentirsi descrivere come delle creature bestiali e brutali, anche se è esattamente quello che le nostre nonne e nonni ci hanno sempre insegnato per invitarci alla pazienza e alla rassegnazione, un discorso che speravamo davvero di non dover più sentire. 





Opere Citate

  1. Isabella Bossi Fedrigotti http://www.corriere.it/cronache/12_aprile_30/non-chiamatelo-piu-femminicidio-isabella-bossi-fedrigotti_326f1d0a-92d0-11e1-96f9-bbc2eef37e85.shtml
  2. Isabella Bossi Fedrigotti http://www.corriere.it/cronache/12_aprile_30/non-chiamatelo-piu-femminicidio-isabella-bossi-fedrigotti_326f1d0a-92d0-11e1-96f9-bbc2eef37e85.shtml
  3. Isabella Bossi Fedrigotti http://www.corriere.it/cronache/12_aprile_30/non-chiamatelo-piu-femminicidio-isabella-bossi-fedrigotti_326f1d0a-92d0-11e1-96f9-bbc2eef37e85.shtml
  4. Claude Lévi-Strauss, “Linguaggio e parentela” Antropologia culturale (Milano: Il Saggiatore, 2002) p. 61
  5. Claude Lévi-Strauss, “Linguaggio e parentela” Antropologia culturale (Milano: Il Saggiatore, 2002) p. 61
  6. Diana Russel “Origin and Importance of the Term Femicide” http://www.dianarussell.com/origin_of_femicide.html
  7. Female Genital Mutilation  http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs241/en/
  8. Femicide: A Global Issue that Demands Action (http://www.genevadeclaration.org/fileadmin/docs/Co-publications/Femicide_A%20Gobal%20Issue%20that%20demands%20Action.pdf) p. 74
  9. Femicide: A Global Issue that Demands Action, (http://www.genevadeclaration.org/fileadmin/docs/Copublications/Femicide_A%20Gobal%20Issue%20that%20demands%20Action.pdf) p, 76
  10. Femicide: A Global Issue that Demands Action, (http://www.genevadeclaration.org/fileadmin/docs/Copublications/Femicide_A%20Gobal%20Issue%20that%20demands%20Action.pdf) p. 36
  11. S. Freud, “L’ereditarietà e l’etiologia delle nevrosi” in La seduzione sessuale infantile (Torino: Bollati Boringhieri, 1998) p. 38
  12. S. Freud, “Etiologia dell’isteria” in La seduzione sessuale infantile (Torino: Bollati Boringhieri, 1998) p. 114
  13. S. Freud, “Etiologia dell’isteria” in La seduzione sessuale infantile (Torino: Bollati Boringhieri, 1998) p. 116
  14. L. Zoia, Centauri: Mito e violenza maschile (I libri del Festival della Mente: Laterza, 2010), p. 4.