ISTINTO / PULSIONE / DESIDERIO: CRITICA DEL CONCETTO DI PULSIONE






Freud dice che l’inconscio è il primo scibbolet (in ebraico ‘parola d’ordine’) della psicanalisi. Questa è una cosa è tutt’altro che pacifica perché la filosofia  ha tradizionalmente considerato il pensiero una facoltà interamente sotto il controllo della coscienza e della volontà. Tuttavia, non si può comprendere il vero funzionamento del pensiero senza postulare l’esistenza dell’inconscio. Il problema è capire di che cosa parliamo esattamente quando parliamo di inconscio.

Notiamo prima di tutto che la coscienza è in grado richiamare idee e rappresentazioni solo per brevi periodi e con grande dispendio di energia, mentre per la maggior parte del tempo si limita ad accogliere immagini e pensieri che si presentano spontaneamente in risposta alle interazioni con l’ambiente: le idee “ci vengono in mente”, diciamo noi, implicitamente ammettendo che non è in nostro potere produrle autonomamente. Inoltre, come le idee ci vengono in mente, altrettanto repentinamente ci passano di mente. Dove vanno i pensieri quando escono di mente? Freud ha postulato che tali pensieri rifluiscano in una dimensione al di sotto della coscienza dove rimangono latenti finché la mente cosciente non va a cercarli. Questo serbatoio mentale di rappresentazioni latenti, che noi chiamiamo memoria, è stato chiamato da Freud preconscio. Il preconscio (comunemente detto sub-conscio) è la dimensione dei pensieri e delle rappresentazioni che sono pronte a passare alla coscienza. Il preconscio era quindi immaginato da Freud come un archivio in cui sono stipati ricordi e nozioni che la coscienza va a recuperare quando ne ha bisogno.

Ma le cose sono più complicate di così. Analizzando il fenomeno dell’isteria, Freud arrivò alla conclusione che esistano pensieri e rappresentazioni che non riescono a raggiungere la soglia della consapevolezza, cioè che non sono disponibili per essere ripescate dalla volontà, ma che tuttavia influenzano segretamente il nostro comportamento. Queste rappresentazioni Freud le ha immaginate come dei ricordi perduti, ma “capaci di produrre nella vita psichica tutti gli effetti delle rappresentazioni comuni, pur non diventando esse stesse coscienti”. (Freud, “Coscienza e inconscio”, p. 21). Tali rappresentazioni sono dunque inconsce e l’inconscio in psicanalisi è stato immaginato come un secondo archivio segreto e chiuso a chiave in cui sono raccolte le rappresentazioni il cui accesso è stato precluso alla coscienza. 

Molte cose avvengono nel nostro corpo di cui non abbiamo, né possiamo avere, alcuna consapevolezza, ma l’inconscio psicanalitico è di ordine diverso. Freud osserva che nella psiche si trova “un nucleo organizzato e coerente di processi psichici che chiamiamo “io”, che corrisponde a quel che nel linguaggio di tutti i giorni indichiamo quando diciamo “io faccio”, “io penso”, “io immagino”, “io desidero”, ecc. L’io è in grado di tenere certe idee al di fuori della coscienza attraverso un processo che la psicanalisi ha denominato rimozione. L’io è l’agente che fa in modo che un certo tipo di pensieri siano espulsi, cioè che non abbiano diritto di manifestarsi nel nostro foro interiore—questo è l’inconscio psicanalitico. Il compito dell’analisi è di convincere l’io ad abbassare la guardia e a riconoscere questi contenuti censurati. Freud osserva che l’io è anche l’istanza psichica che controlla i movimenti volontari del corpo e che prende decisioni sulle nostre azioni e reazioni ed è l’entità che se ne va a dormire la notte e che tuttavia riesce a esercitare una misura di censura sui contenuti dei nostri sogni. Come si vede, l’io lavora moltissimo, per questo ha bisogno di riposarsi. Non c’è da stupirsi che certe nevrosi, in forma di depressione, si traducano in un senso di stanchezza cronica. Sono l’indice del grande dispendio di energia profuso dall’io per tenere lontano i contenuti rimossi che premono per farsi sentire.

I pensieri disconosciuti dall’io esercitano una pressione costante sul sistema psichico. Questa pressione è uno dei modi in cui si esprime la resistenza dell’inconscio ed è anche il modo in cui si fa sentire la pulsione (in tedesco Trieb in inglese drive), che è il termine utilizzato in psicanalisi per indicare la percezione da parte dell’io di qualcosa che spinge, che sprona, che dirige, che pungola. In “Pulsioni e i loro destini” Freud scrive:

La pulsione ci appare come un concetto limite tra lo psichico e il somatico, come il rappresentante psichico degli stimoli che traggono origine dall’interno del corpo e pervengono alla psiche, come una misura delle operazioni che vengono richieste alla sfera psichica in forza della sua connessione con quella corporea. (“Le pulsioni e i loro destini, p. 31-32)

L’elaborazione della nozione di pulsione in ambito psicanalitico è stata lunga e laboriosa. Freud è arrivato all’idea di pulsione partendo dal concetto fisiologico di stimolo:

La fisiologia ci ha fornito il concetto di stimolo e lo schema dell’arco riflesso, per cui uno stimolo che proviene dall’esterno e si appunta sul tessuto vivente (sostanza nervosa) viene scaricato nuovamente verso l’esterno attraverso l’azione. Tale azione in tanto risulta efficace in quanto sottrae la sostanza stimolata all’influsso dello stimolo, escludendola dal raggio di azione di quest’ultimo.  (“Pulsioni e i loro destini, p. 28)

La fisiologia inoltre distingue tra stimoli che raggiungono la psiche dall’esterno (percezioni) e stimoli che invece si generano all’interno del corpo, per esempio lo stimolo della fame e la sete. Uno stimolo che proviene dall’esterno e che disturba l’organismo, poniamo qualcosa che ci scotta, scatena nell’organismo un riflesso immediato che lo porta ad allontanarsi o allontanare la fonte del disturbo. Quindi uno stimolo esterno dura solo il tempo necessario a rimuoverlo, ma uno stimolo che proviene dall’interno dell’organismo (per esempio la fame o la sete) agisce come una forza costante che non si esaurisce finché l’individuo non ha trovato un modo (cioè un comportamento) che produca il soddisfacimento di quello stimolo.

L’oggetto del soddisfacimento dello stimolo della fame e della sete è unico e immutabile e non richiede alcuna forma di apprendimento. Bisogna bere e mangiare e il nostro organismo ci dirige con una buona approssimazione verso gli oggetti che soddisfano il nostro bisogno (per esempio il riflesso della suzione nei neonati è innato e automatico). Freud teorizza che la pulsione sia la forza che spinge l’individuo alla soddisfazione di un certo bisogno:

La pulsione al contrario non agisce mai come una forza d’urto momentanea, bensì sempre come una forza costante. E, in quanto non preme dall’esterno, ma dall’interno del corpo, non c’è fuga che possa servire contro di essa. Indichiamo più propriamente lo stimolo pulsionale con il termine bisogno; ciò che elimina tale bisogno è il “soddisfacimento”. (p. 59)

A questo bisogno Freud attribuisce quattro fattori:
  1. la spinta, cioè la quantità di energia richiesta per soddisfarla;
  2. la meta, cioè il fine che vuole ottenere, che è sempre il soddisfacimento;
  3. l’oggetto, cioè lo strumento grazie a cui la pulsione può soddisfarsi, e
  4. la fonte, cioè l’organo o parte del corpo in cui ha origine lo stimolo pulsionale.
Prendiamo l’esempio della sete: l’organismo invia un segnale che indica il bisogno di bere (spinta) che ha origine nella bocca (fonte). L’oggetto che serve a soddisfare la pulsione è naturalmente l’acqua e la meta è il soddisfacimento che si ottiene bevendo.

Il modo in cui l’individuo si comporta per soddisfare la pulsione, nel caso degli animali, è stato chiamato istinto. Gli istinti sono degli schemi comportamentali fissi con i quali gli animali rispondono alla pressione delle pulsioni. Negli animali questi bisogni di origine organica si soddisfano solo con determinati oggetti (l’acqua, il cibo) e in modi in gran parte determinati a livello della specie, ma nella pulsione umana—Freud precisanulla è prestabilito tranne la meta, che è il soddisfacimento.

Se le cose stanno così diventa necessario separare la categoria degli stimoli che provengono dall’interno del corpo e segnalano i bisogni insopprimibili dell’organismo, come la fame e la sete, dalla pulsione vera e propria. La pulsione non è un bisogno nello stesso modo in cui lo sono la fame e la sete. È evidente che negli esseri umani esistono ‘bisogni’ che non servono a soddisfare necessità organiche precise, per esempio una persona può sentire una spinta a mangiare molto di più o molto meno di quanto richiesto dall’organismo (obesità, bulimia, anoressia), e gli alcolisti bevono forse per soddisfare il bisogno di bere? Così Freud è costretto a chiedersi:

Di quali e quante pulsioni è lecito stabilire l’esistenza? È chiaro che vi è qui un ampio margine di discrezionalità. E non vi è nulla da obiettare contro chi voglia introdurre il concetto di pulsione di gioco, di una pulsione di distruzione, di una pulsione di socialità, quando l’argomento lo esiga e la specificità dell’analisi psicologica induca a farlo. Tuttavia dovremmo domandarci se questi motivi pulsionali, per un verso già così specializzati, non consentano una ulteriore scomposizione nella direzione delle fonti pulsionali, e se quindi non competa un vero significato soltanto alle pulsioni originarie, ossia alle pulsioni non ulteriormente scomponibili. (“Pulsioni e i loro destini", p. 34)

Quali sono le pulsioni originarie e non ulteriormente scomponibili? Freud ne identifica due: le pulsioni dell’io (radicate nell’ 'istinto di sopravvivenza') e le pulsioni sessuali (cioè quel che erroneamente indichiamo come 'istinto sessuale'). È infatti convinzione comune che i due sessi siano dotati di uno specifico ‘istinto sessuale’ che li dirige uno verso l’altra ed entrambi verso la copulazione e la riproduzione. È diffusa l’idea che le donne abbiano un desiderio istintivo per il pene e un altrettanto innato 'istinto materno' e che gli uomini sentano un altrettanto irrefrenabile impulso alla penetrazione.

Tuttavia se a differenza dell’istinto, la pulsione—come giustamente osserva Freud—non ha oggetto, sono gli esseri umani a dare un oggetto alla pulsione. Rispetto alla pulsione sessuale, John Stoltenberg osserva:

Arriva un momento nel corso della crescita del suo corpo [dell’uomo] in cui varie condizioni di rischio, pericolo e minaccia causano un’erezione senza che lui capisca perché e senza nessun particolare contenuto sessuale. (questa non è un’ipotesi; sono fatti documentati in interviste con ragazzini prepuberi). Tra gli eventi o esperienze che i ragazzini dicono essere associate con un’erezione ci sono gli incidenti, la rabbia, la paura, il pericolo, gli incendi, le corse in bicicletta o con la slitta, gli spari, guardare o fare giochi pericolosi, il pugilato o la lotta, la paura della punizione, recitare una poesia in classe e così via. Il riflesso di lotta o fuga a questa età si esprime quindi attraverso l’erezione. Il problema è che questo modesto scarico di attività anatomica accade in una società che celebra il pene non solo come il luogo dell’identità maschile, ma anche come l’elemento fondamentale del potere spirituale e temporale. Bisogna quindi considerare l’erezione un feedback dal corpo del ragazzo investito di magia maschilista, a dir poco. (1)

Stoltenberg rivela che le prime attività dell’organo sessuale maschile sono una reazione fisica a segnali di pericolo e sorgono in risposta a stimoli di allerta provenienti dall’esterno del corpo. Quindi la causa della pulsione non è interna all’organismo e non è necessariamente uno stimolo materiale, ma è un segnale proveniente dall’ambiente. Questo segnale inizialmente non è di natura sessuale. Solo in seguito a un lungo processo di acculturazione, lo stimolo genitale può diventare 'sessuale', cioè diventa desiderio.

Freud aveva compreso bene che l’oggetto della pulsione non è fisso e predeterminato. All’epoca in cui scriveva, cioè a cavallo tra XIV e XX secolo era in pieno sviluppo l’attività di ricerca e catalogazione delle cosiddette ‘perversioni sessuali’, in Inghilterra per opera di Havelock Ellis e nel mondo tedesco di Krafft-Ebing. Le pubblicazioni che  raccoglievano le tassonomie sessuali avevano mostrato ampiamente che la pulsione sessuale umana era fondamentalmente ‘perversa’—il che nel linguaggio dell’epoca significava non orientata verso la procreazione—oltre che molto bizzarra e variegata. Poiché gli oggetti della pulsione umana erano così numerosi e così diversi, Freud non poteva che concludere che la pulsione sessuale fosse per natura polimorfa e sregolata:

Per caratterizzare in forma generale le pulsioni sessuali, si può enunciare quanto segue: esse sono molteplici, traggono origine da svariate fonti organiche, si comportano dapprima con reciproca autonomia e soltanto in seguito pervengono contemporaneamente a un sintesi più o meno completa. La meta cui mira ciascuna di queste pulsioni è il conseguimento del piacere d’organo [Organlust] e soltanto dopo che è stata raggiunta la loro sintesi, esse si pongono al servizio della funzione riproduttiva, diventando così riconoscibili come pulsioni sessuali. (“Pulsioni e i loro destini” p. 36)

Ma può davvero esistere un “piacere d’organo”? Le esperienze dei ragazzini prepuberi menzionate da Stoltenberg mostrano che lo scarico di uno stimolo in un organo non è in se stesso piacevole. C’è una grande differenza tra piacere e sollievo di uno stato di tensione.

Il sentimento di piacere è l’effetto dell’attribuzione di un significato positivo socialmente condiviso all’esperienza dello scarico di uno stimolo. In altre parole, il piacere può esistere nel momento in cui diventa un’esperienza soggettiva culturalmente costruita e condivisa che lega il corpo al processo di significazione, cioè al linguaggio. L’assunzione da parte di ognuno del significato culturalmente attribuito al proprio sesso e al proprio corpo che rende possibile la trasformazione di uno stimolo in piacere si chiama processo di sessuazione. In assenza di questo processo, non si dà piacere sessuale e tantomeno “piacere d’organo” poiché il piacere d’organo (il pene) è precisamente l’effetto del processo di sessuazione, non la sua causa.

Questo significa che la fonte della pulsione sessuale ha una causa che non risiede all’interno del corpo, ma che sta fuori nel campo dell’Altro. Tuttavia Freud dice che “le pulsioni sessuali sono molteplici e traggono origine da svariate fonti organiche”. La conseguenza è che qualsiasi stimolo localizzato in un organo o parte del corpo e non causato da una patologia organica è interpretato dalla psicanalisi come uno stimolo di carattere sessuale e di conseguenza una fantomatica “energia sessuale” diventa il carburante di tutta l’esistenza. Così il bambino viene descritto come “polimorfo-perverso” perché lo si immagina come un organismo dominato da un impulso sessuale sregolato e amorale, che si concentra in certe le aree del corpo (chiamate 'zone erogene') e che solo gradualmente si organizza in diversi ‘stadi’ di maturazione (orale, anale, genitale). Inizialmente, tuttavia, il corpo del bambino sarebbe percorso da pulsioni  che traggono anarchicamente piacere da se stesse in mancanza di un’organizzazione superiore che le leghi e indirizzi verso la genitalità e la procreazione:

Originariamente, ai primordi della vita psichica, l’Io è investito dalle proprie pulsioni e parzialmente capace di soddisfarle su sé medesimo. Chiamiamo questo stato “narcisismo” e questo modo di ottenere “autoerotico”. In questa fase il mondo esterno non è investito di interesse (genericamente inteso) e appare indifferente ai fini del soddisfacimento. In questo periodo l’Io-soggetto coincide con il piacevole, il mondo esterno con l’indifferente (o al caso, in quanto fonte di stimoli, con lo spiacevole. (“Pulsioni e i loro destini”, p. 46-47)

In realtà, il piccolo umano nasce prematuro e ha bisogno assoluto e continuo di accudimento. Tutte le sue funzioni devono essere assistite dall’esterno; è un essere in preda a ogni tipo di stimoli, interni ed esterni come la fame alla sete, il caldo e il freddo. Nonostante ciò, Freud teorizza che il neonato viva in una dimensione di piacere autoerotico, cioè sia “investito dalle proprie pulsioni e capace di soddisfarle su sé medesimo”. Il bambino sarebbe quindi dal punto di  vista psichico una creatura di totale e illimitato godimento, sufficiente a se stesso e incapace di ‘amare’, dove amare significa porre l’altro come oggetto separato da sé e fonte del soddisfacimento dei propri bisogni:

L’Io non ha bisogno del mondo esterno fintantoché è autoerotico; tuttavia è dal mondo che riceve gli oggetti connessi alle esperienze delle pulsioni di autoconservazione; né per un certo periodo può fare a meno di avvertire gli stimoli pulsionali interni come spiacevoli. Ebbene sotto il dominio del principio di piacere si compie nell’Io un’evoluzione ulteriore. Esso assume in sé gli oggetti offertigli in quanto costituiscono fonti di piacere, li introietta (secondo l’espressione di Ferenczi) e caccia d’altra parte fuori di sé ciò che nel suo stesso interno diventa occasione di dispiacere (vedi oltre il meccanismo della proiezione). (“Pulsioni e loro destini”, p. 48)

Secondo questa teoria, il bambino ha bisogno del mondo esterno, ma non lo sa e si culla in un egocentrismo assoluto. Secondo Freud, poiché il bambino non separa se stesso dall’altro, tutto ciò che è altro è percepito come io. In particolare ciò che gli arriva dall’esterno ed è piacevole verrebbe 'introiettato', cioè diventerebbe una parte di sé. Invece quel che è spiacevole sarebbe espulso. Ed è solo ciò che viene espulso che verrebbe a costituirsi come oggetto separato da sé (ob-jectum in latino 'ciò che è posto dinanzi').

Le radici di questa teoria dell’io sprofondano nell’idealismo filosofico tedesco del XIX secolo che aveva teorizzato che l’universo fosse un Soggetto infinito che per evolversi doveva porre l’esistenza dell’Oggetto estraendolo da sé. Analogamente, la psicanalisi si fonda su un idealismo psichico che considera che il soggetto umano sia un’entità chiusa su di sé e presente fin dall’inizio nell’individuo che per aprirsi all’altro deve in qualche modo essere svezzato dal suo stato di egocentrismo iniziale attraverso la resistenza degli oggetti che non riesce ad assimilare.

Gli oggetti che producono piacere sarebbero misteriosamente 'incorporati' dentro di sé, mentre solo quelli che producono dispiacere verrebbero 'proiettati' all’esterno, cioè percepiti come un oggetti separati. Lo stadio mitico di non separazione con l’esterno—che è pensato come la condizione di un io onnipotente che contiene tutto, analogo all’io assoluto fichtiano—è chiamato da Freud “narcisismo primario”, mentre l’oggetto espulso e proiettato verso l’esterno è visto come la causa originaria dell’odio:

Come abbiamo veduto a tutta prima l’oggetto viene recato all’io dal mondo esterno grazie alle pulsioni di autoconservazione; né si può escludere che anche il senso originario dell’odio stia a indicare la relazione che l’io ha verso il mondo esterno, straniero e apportatore di stimoli. L’indifferenza rientra nell’odio, nella ripulsa, come loro caso particolare, dopo essere comparsa come loro precorritrice. L’esterno, l’oggetto, l’odiato, sarebbero a tutta prima identici. ("Pulsioni e i loro destini", p. 48)

L’altro farebbe quindi la sua prima comparsa nella vita psichica dell’individuo come oggetto odiato, mentre non esisterebbe inizialmente l’oggetto amato perché ciò che non costituisce ostacolo per l’io viene immediatamente assimilato a sé e quindi scompare come oggetto—solo ciò che ferisce l’io assurge alla dignità di ‘altro da sé’ con cui bisogna fare i conti e che si cerca di eliminare perché fa ostacolo.

Di conseguenza, per Freud, la psiche originaria si fonda sulla negazione della relazione. L’altro non esiste mai originariamente in quanto alter ego, ma solo in quanto oggetto da annullare. La storia della civiltà sarebbe la storia degli sforzi progressivi compiuti dall’umanità per domare il narcisismo primario degli esseri umani che spontaneamente sarebbero portati a inglobare l’altro e quindi ad assimilarlo, oppure a negarlo e a distruggerlo. Freud osserva:

… L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi se viene attaccata; ma … occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose do aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto ed oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il suo consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo a farlo soffrire, a torturarlo a ucciderlo. 
L’esistenza di questa tendenza all’aggressione, che possiamo scoprire in noi stessi e giustamente supporre negli altri, è il fattore che turba i nostri rapporti col prossimo e obbliga la civiltà a un grande dispendio di forze. Per via di questa ostilità primaria degli uomini tra loro, la società incivilita è continuamente minacciata di distruzione. (2)

La civiltà sarebbe quindi fondata sulla giusta e necessaria repressione delle pulsioni sessuali criminali degli uomini—e il fatto che gli uomini sono maschi deve essere sottolineato. Con il tempo, questa repressione avrebbe raggiunto un livello tale da compromettere ogni piccola misura di piacere concessa agli individui causando i disturbi nevrotici analizzati dallo psicanalista.

La vita umana sarebbe quindi essenzialmente tragica perché la psiche è costretta a scegliere tra il crimine (la distruzione dell’altro dovuta allo scatenamento della libido senza restrizioni) o l’infelicità e la nevrosi causate dalla necessaria azione repressiva della Civiltà. Il fine dell’analisi, dice Freud, è di ridurre l’eccesso di repressione esercitato dalla civiltà, ma una misura di repressione rimane necessaria. Per questo, quel che l’analizzante può sperare di ottenere è di passare da un’infelicità nevrotica a “una normale infelicità”.

Lacan ha chiamato godimento (jouissance) il tipo di piacere intrinsecamente sadico che deriva dall’esercizio della pulsione e ha chiamato oggetto a (objét petit a) l’oggetto originario, cioè l’oggetto causa di odio che rende possibile la nascita dell’io. Per Lacan, la produzione dell’oggetto del desiderio è parte integrante del processo di formazione del soggetto universale maschile come effetto della separazione dal corpo della madre secondo la dinamica descritta da Freud. Tale oggetto di odio-amore sarebbe già il frutto di un processo di sublimazione ed è chiamato da Lacan pétit object a, che significa 'piccolo oggetto a(ltro)' proprio per indicare che l’oggetto sta lì a fare le veci dell’altro la cui esistenza è preclusa dalla teoria della pulsione-- dato che l’io si forma espellendo da sé l’oggetto che gli provoca disturbo, ogni ulteriore interazione con questo oggetto è inesorabilmente viziata da questa ostilità iniziale. E poiché il primo “oggetto” del bambino è il corpo della madre, il rapporto con la donna sarebbe condannato all’ambivalenza e all’eterno gioco dell’odio-amore. E così sarebbe spiegata l’ostilità più o meno inconscia che gli uomini mostrano verso le donne.

Ma è questa l’unica spiegazione che si può dare del sadismo contro l’altro che la psicanalisi ha scoperto nell’’inconscio maschile? Ritorniamo allora a quel che rivela Stoltenberg—da uomo—dell’esperienza maschile della pulsione:

L’oggettificazione sessuale da parte delle persone che sono nate con un pene è una reazione appresa in un contesto sociale di supremazia maschile. L’oggettificazione sessuale da parte dei maschi non è biologicamente o geneticamente determinata. Al contrario la supremazia maschile nella cultura determina come saranno interpretate le sensazioni nel pene. Il significato di quelle sensazioni si imprime e si codifica nel tempo, cosi un maschio sviluppa l’abitudine di rispondere con un erezione alla percezione delle specificità di genere di altri corpi. Nel tentativo di padroneggiare la ripetizione delle erezioni , il maschio può coltivare un’iconografia privata di corpi e di parti di corpi sessuati, di emblemi della dicotomia di genere che risvegliano la sua ansia nascosta di non appartenere pienamente al sesso a cui appartiene. (3)

Gli uomini vivono nell’angoscia rimossa di non essere mai sufficientemente ‘maschi’ anche perché la posizione femminile è inabitabile. Alla donna i regimi patriarcali hanno assegnato  il compito di essere-per-l’altro (cioè di primo oggetto dell’uomo). E di conseguenza la femminilità è stata concepita da teologi, filosofi e infine anche dagli psicanalisti come qualcosa di completamente altro rispetto alla maschilità.

Tutta la teoria della pulsione, da Freud a Lacan è stata costruita per rendere conto  retroattivamente della relazione oggettivante su cui è stata costruita la pratica e la teoria della pulsione sessuale maschile. Dato che il mondo degli uomini e tutta la nostra civiltà è fondata sull’erotizzazione del potere sulle cose e sugli altri esseri umani (prime fra tutti le donne) in quanto cose, era necessario elaborare una teoria dello sviluppo della soggettività che naturalizzasse e quindi legittimasse questa configurazione sadica del desiderio.






Opere citate 

  1. J. Stoltenberg, Refusing to Be A Man (Taylor & Francis e-Library, 2005) p. 75
  2. S. Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi (Torino: Bollati Boringhieri, 2010), p. 246, 247
  3. J. Stoltenberg, Refusing to Be A Man (Taylor & Francis e-Library, 2005) p 43-44