LA PRODUZIONE DELLA FOLLIA





La parola usata dai Greci per designare la follia è paranoia, termine che è entrato nel linguaggio  della psichiatria nel XIX secolo (introdotto da Emil Kraepelin) per descrivere uno stato mentale caratterizzato dalla presenza di un sistema di convinzioni illusorie e deliranti che deformano la percezione della realtà di chi le adotta e che generalmente esprimono il sentimento di essere perseguitati da un potere sovrastante. Il paranoico è il folle per eccellenza perché fa esperienza di un mondo che gli altri non riescono a vedere. La psicanalisi tradizionalmente non si è occupata di paranoia perché le persone che vanno a cercare uno psicanalista di solito sono semplici neurotici, nel senso che il loro rapporto con la realtà non è così profondamente turbato da portare al delirio e alle allucinazioni. Tuttavia, Freud ha scritto un breve pezzo sulla paranoia dopo aver letto il libro di un paranoico illustre, il giudice Daniel Paul Schreber (1842-1911).

Daniel Schreber era un magistrato tedesco che ebbe due episodi maggiori di malattia paranoia che richiesero il ricovero. Il primo esplose nel momento in cui fu nominato presidente della Corte d’Apello di Dresda e l’altro quando si candidò come rappresentante del parlamento tedesco. Nel 1903 Schreber pubblicò un volume autobiografico intitolato Memorie di un malato di mente. La redazione di questo testo non segnò l’uscita dai suoi deliri paranoici, tutt’altro, Schreber nel volume descriveva molto dettagliatamente la sua condizione e la inseriva in un sistema cosmico-teologico molto complesso che considerava assolutamente reale. Secondo quanto racconta, la crisi che lo condusse al ricovero per la prima volta iniziò con dei sogni premonitori che culminarono un mattino quando fra il sonno e la veglia gli si presentò  il pensiero “che dovesse essere davvero bello essere una donna che si sottomette al coito”. Questo pensiero lo sconvolse perché da sveglio non avrebbe mai accettato una tale posizione.

L’effetto di questo episodio fu un periodo di insonnia incurabile che lo portò al ricovero in casa di cura. Durante la permanenza cominciò ad esprimere una serie di convinzioni deliranti e persecutorie e ad avere allucinazioni. Diceva di essere morto e parzialmente già putrefatto ed era convinto che il suo corpo fosse oggetto di orribili manipolazioni da parte di Dio. Questa manipolazione dei suoi organi è da lui chiamata “miracoli divini ”:

Dai primissimi tempi del mio contatto con Dio fino ad oggi il mio corpo è stato continuamente oggetto di miracoli divini. Se volessi descrivere nei particolari tutti questi miracoli potrei riempire solo con essi un intero libro. Posso dire che a stento un singolo membro o organo del mio corpo non è stato danneggiato dai miracoli, un singolo muscolo non è stato tirato dai miracoli, mosso o paralizzato a seconda del relativo proposito. Anche ora i miracoli cui sono ogni ora sottoposto sono di natura tale da spaventare a morte qualsiasi altro essere umano; solo con l’abituarmi ad essi attraverso gli anni sono riuscito a considerare quasi tutto ciò che mi capita come cose senza importanza. Ma nel primo anno del mio soggiorno a Sonnenstein [il manicomio] i miracoli erano di una natura così terrificante che pensavo che avrei dovuto perdere la vita, la salute o la ragione (p. 47)

L’esperienza allucinata di queste torture lo riduceva a uno stato catatonico per delle ore di fila. Da questa fase iniziale di terrore e confusione, Schreber uscì organizzando i suoi deliri, cioè elaborò un sistema cosmico che spiegava le sue allucinazioni. Una volta elaborato questo sistema—che è descritto nei minimi dettagli nel suo libro—Schreber ridiventò lucido. Secondo la valutazione di uno dei medici della casa di cura:

Il presidente, Dr. Schreber, non appare quindi né confuso né psichicamente inibito né sensibilmente leso nella sua intelligenza; egli è riflessivo, la sua memoria è eccellente, dispone di una notevole quantità di sapere non solo in materia giuridica ma in molti altri campi ed è in grado di riprodurlo in modo ordinato, ha interesse per gli avvenimenti politici, scientifici, artistici ecc e se ne occupa costantemente e in questo senso un osservatore che non conosca il suo stato complessivo scorgerà ben difficilmente qualcosa di anomalo. Eppure il paziente è dominato da idee di origine morbosa che si sono unite a formare un sistema concluso più o meno fisso e apparentemente inaccessibile a una correzione da parte di una concezione oggettiva e di una valutazione della situazione reale.(1)

Schreber era quindi assolutamente razionale e normale nei suoi rapporti con le persone finché non si andava a toccare qualcuno dei dettagli del suo sistema cosmico. In quel caso era del tutto inaccessibile ad ogni evidenza del contrario. Quali erano le sue convinzioni deliranti?
  • Riteneva di essere stato chiamato a redimere il mondo a condizione di trasformarsi in donna, cosa che—diceva—avrebbe preferito evitare ma a cui non poteva sottrarsi.
  • Il suo corpo era costantemente attraversato da innumerevoli “nervi divini” o “raggi” che laceravano i suoi organi interni. Questi “nervi” erano nervi “femminili” che erano fecondati dai raggi di Dio. Dal questo atto di “fecondazione” sarebbe nata una nuova stirpe di uomini. Una volta compiuto questo compito, Schreber sarebbe morto di morte naturale e avrebbe guadagnato la beatitudine.
  • La figura di Dio è bifronte, da un lato Dio lo tortura, dall’altro la tortura è giustificata dal fatto che Schreber è chiamato a salvare il mondo. Schreber accusa Dio di essere abituato solo a rapporti con uomini morti e di non comprendere gli uomini viventi. Attraverso quelli che Schreber chiama i “miracoli divini”, Dio mira a impossessarsi di tutte le sue funzioni corporee anche le più elementari e al contempo Dio vuole impossessarsi di lui completamente distruggendo qualsiasi attività del suo intelletto. A ciò Schreber reagisce mantenendo ossessivamente attivo il pensiero per sottrarsi all’annullamento soggettivo. 

Accettando le prove cui Dio lo sottopone, Schreber si sacrifica per redimere l’Ordine del mondo. Per questo essere invaso dai miracoli divini significa provare un godimento di tipo femminile, cioè passivo, tanto che Schreber comincia a immaginare e percepire il proprio corpo come un corpo femminile e a volte si guarda allo specchio immaginando o indossando indumenti femminili. 

Secondo Freud, il caso di paranoia di Schreber sarebbe l’effetto di un complesso di Edipo invertito dove l’oggetto d’amore non è la madre, ma il padre. Il padre nel delirio di Schreber è rappresentato dalla figura onnipresente di Dio che lo sottopone alla tortura dei miracoli divini. Nell’interpretazione di Freud, Schreber sarebbe inconsciamente un omosessuale e nell’infanzia sarebbe stato sessualmente attratto da suo padre, ma naturalmente questo desiderio era inaccettabile per il superio che l’ha quindi rimosso mettendo in opera il meccanismo paranoide, cioè: “io amo mio padre, anzi no lo odio, o meglio è lui che odia me e vuole torturarmi”. La paranoia sarebbe quindi una difesa contro il desiderio edipico omosessuale. In quanto inconsciamente omosessuale, Schreber poteva godere dei “miracoli divini” come una donna e questa posizione era desiderabile perché necessaria per la salvezza del mondo. Ma allo stesso tempo poiché la posizione di passività femminile è indegna di un maschio si opponeva a ciò e accusava Dio di volerlo torturare. 

Questo modello di interpretazione psichica parte dal presupposto che il desiderio degli esseri umani sorga dalla triangolazione edipica e dalle sue combinazioni attraverso dinamiche inconsce che prescindono dalle influenze specifiche dell’ambiente familiare e sociale. L’interpretazione psicanalitica si regge sul presupposto di una famiglia ideale e astratta fatta di padre, madre, figlio/a e fratellino/sorellina. I drammi edipici si giocano tutti sulle possibili commutazioni e permutazioni di questo schema e delle relazioni di attrazione o repulsione tra i protagonisti. 

Nel 1973, uno psichiatra e psicoterapeuta americano che vive in Inghilterra di nome Morton Schatzman pubblicò un libro intitolato Soul Murder: Persecution in the Family, pubblicato in italiano in italiano con il titolo Assassinio dell’anima: persecuzione nella famiglia. In questo libro, Schatzman mette in luce informazioni molto importanti sulla famiglia di Daniel Schreber raccolte in precedenza da uno psicanalista tedesco F. Baumeyer. 

Schatzman inizia il suo libro con una critica sia al metodo psichiatrico che a quello psicanalitico perché entrambi in modi diversi isolano la malattia mentale dal contesto sociale in cui ha luogo. Da un lato, la medicina e la psichiatria considerano la follia una disfunzione organica; dall’altro la psicanalisi si limita ad analizzare le parole del paziente e non va a indagare sul trattamento che il paziente ha ricevuto da chi gli sta vicino. La conseguenza di questo atteggiamento—osserva Schatzman—è che una grande quantità di informazioni molto rilevanti sulla vita dei malati mentali è stata sottratta all’analisi. Schatzman scrive:
  
Alcuni cosiddetti schizofrenici che ho conosciuto parevano descrivere durante la malattia, mediante simboli, il loro contesto sociale passato e presente. Quanto più venivo a conoscenza della loro vita, tanto più riuscivo a vedere la verità in ciò che dicevano. Le loro famiglie tuttavia respingerebbero le loro parole come segni o sintomi della malattia e perciò come prive di valore. I loro medici, estranei all’ambiente sociale in cui la “malattia” si è sviluppata, le respingerebbero anche essi. L’idea che qualcuno è malato di mente porta facilmente a considerare privo di valore tutto ciò che dice. (2)

Ricordando che già Freud aveva ipotizzato che la radice dei problemi di Schreber fosse la figura del padre, Schatzman cerca di capire come fosse nella realtà il padre di Schreber e scopre delle cose molto interessanti.

Daniel Gottlob Moritz Schreber, padre del giudice Schreber fu un medico e un professore all’università di Lipsia. Il dottor Schreber fu molto famoso in vita perché scrisse diversi libri che trattavano della salute fisica e morale degli uomini a partire dall’educazione dei bambini. Il dr. Schreber era noto per l’importanza che attribuiva all’attività fisica e al contatto con la natura. Il suo insegnamento portò alla creazione delle Associazioni Schreber che erano associazioni per la promozione della ginnastica, del giardinaggio e delle attività all’aria aperta e dei Giardini Schreber che invece erano piccoli appezzamenti di terreno alla periferia delle città che gli abitanti coltivavano durante il weekend, e sono tuttora molto diffusi in Germania e in parte della Svizzera.

Il dottor Schreber sembra essere il più buono e saggio dei padri, ma leggendo i suoi libri oggi emerge che il suo metodo pedagogico era a dir poco inquietante. Nel 1858 pubblicò un libro intitolato Callipedia, ovvero Educazione alla bellezza mediante una promozione naturale ed equilibrata del normale sviluppo del corpo, di una salute che sia di sostegno alla vita e di una nobile elevazione mentale, soprattutto con l’uso, se possibile di speciali mezzi educativi: per genitori, educatori e insegnanti.

Il dottor Schreber ebbe due figli maschi e tre sorelle. Dei figli maschi, Daniel Paul diventò paranoico e morì in manicomio e il maggiore Daniel Gustav si suicidò sparandosi a all’età di 38 anni. I principi educativi del dr. Schreber erano all’insegna della rettitudine, che doveva essere impartita dalla salda autorità morale del padre:

Se si vuole un’educazione pianificata che si basi su principi che le permettano di svilupparsi, il padre sopra chiunque altro deve tenere nelle sue mani le redini dell’educazione. … La principale responsabilità del risultato complessivo dell’educazione è sempre il padre.  (La famiglia che uccide, p. 26) 

Vediamo quali erano i principi educativi del dr. Schreber:

“È opportuno che questi giovani imparino a rendersi conto fin dall’inizio che ogni essere umano è necessariamente costretto ad accettare che ogni cosa … dipenda dalla benevolenza di un Mano Superiore”. (p. 27) 
"Il nostro comportamento complessivo nei confronti della volontà del bambino di questa età consisterà nell’abituarla all’obbedienza assoluta … . Il pensiero che la sua volontà possa essere sotto controllo non dovrebbe mai nemmeno passare per la mente del bambino, ma piuttosto l’abitudine di subordinare la propria volontà a quella dei suoi genitori o insegnanti dovrebbe essere immutabilmente radicata in lui... Si crea allora, insieme alla consapevolezza dell’esistenza della legge, la consapevolezza dell’impossibilità di combattere contro di essa; l’obbedienza del bambino, condizione basilare per ogni ulteriore educazione, è così solidamente costruita per il futuro.” (p. 30).
“Il bambino deve gradualmente imparare a riconoscere sempre di più che egli ha la possibilità fisica di desiderare e agire diversamente, ma che egli si eleva attraverso la sua stessa indipendenza all’impossibilità morale di desiderare o di agire diversamente. Si può arrivare a questo in parte con una breve esposizione delle ragioni, dei precetti e delle proibizioni, finché ciò è utile e possibile (poiché il bambino deve anche, senz’altro, sottomettersi e obbedire incondizionatamente, nel caso in cui una spiegazione dei motivi debba essergli nascosta); in parte anche con riferimenti esplicativi alla libera volontà presente nel bambino: “Potresti agire in modo diverso, ma un buon bambino non vuole agire in modo diverso...” (p. 32)

Per insegnare questi elevati principi morali è necessario intervenire al più presto, cioè già nella culla:

“Bisogna fare attenzione all’umore dei bambini piccoli, che è rivelato dai loro strilli senza ragione e dai loro pianti... Se si è convinti che non ci sono bisogni reali, condizioni disturbanti o dolorose, o malattie, si può star certi che gli strilli sono solo e semplicemente l’espressione di uno stato d’animo, di un capriccio, la prima apparizione della volontà individuale... Bisogna procedere con decisione: mediante rapida distrazione dell’attenzione, parole severe, gesti minacciosi, colpi contro il letto... o quando tutto ciò non è più possibile — mediante moderati, intermittenti avvertimenti corporali ripetuti uniformemente fintanto che il bambino non si acquieti o si addormenti... Un tale sistema è necessario solo una o al massimo due volte, dopodiché si è padroni del bambino per sempre. Da quel momento, uno sguardo, una parola, un solo gesto di minaccia, sono sufficienti a dominare il bambino”. (p. 37)
“Ogni desiderio proibito — che sia o no a svantaggio del bambino — deve venire fermamente e immancabilmente ostacolato da un rifiuto incondizionato. Tuttavia il rifiuto di un desiderio non è di per sé sufficiente; bisogna dare importanza a che il bambino accolga questo rifiuto con calma e, se necessario, bisogna trasformare questa calma accettazione in ferma abitudine usando una severa parola di minaccia, ecc. Non devono esserci eccezioni!... Questo è l’unico modo per facilitare nel bambino il conseguimento della salutare e indispensabile abitudine alla subordinazione e al controllo della volontà...” (p. 40)
“Se si chiede a un bambino di tenere qualcosa in una delle due mani, e il bambino usa quell’altra, l’educatore intelligente non sarà soddisfatto finché l’azione non sia compiuta come richiesto e non ne sia allontanata la causa perversa”. (p. 41)
“Nelle famiglie... un mezzo di educazione molto efficace è una lavagna delle punizioni, che deve stare attaccata al muro della stanza dei bambini. In questa lavagna vengono segnati i nomi dei bambini e ogni misfatto da loro commesso: ogni piccolo segno di negligenza, ogni caso di insubordinazione deve essere annotato con il gesso, con un rimprovero o un’osservazione. Alla fine di ogni mese tutti si dovrebbero riunire a tirare le somme. A seconda dei risultati dovrebbero essere elargiti rimproveri o elogi. Se uno dei bambini ha dato prova di sbagli o debolezze ricorrenti, vi viene fatto un particolare cenno. È veramente sorprendente che effetto morale tale lavagna abbia sui bambini, anche sui meno discoli e più indifferenti. Ciò avviene perché la lavagna è sempre di fronte a loro, perché ogni misfatto commesso rimane come una sorta di permanente ammonimento visibile di fronte ai loro occhi per un considerevole periodo di tempo”. (p. 43)

Il dr. Schreber  era inoltre ossessionato dalla simmetria. Lo preoccupava molto il fatto che i bambini potessero stare in posizioni scorrette che privilegiavano un lato del corpo piuttosto che l'altro. Raccomandava quindi ai genitori di controllare che i bambini stessero sempre seduti composti:

“Bisogna star attenti che i bambini stiano sempre seduti diritti e che si appoggino contemporaneamente su entrambe le natiche... senza appoggiarsi né sul lato destro né su quello sinistro... Non appena comincino a inclinarsi indietro... o a piegare la schiena, è giunto il momento di cambiare almeno per qualche minuto la loro posizione seduta con quella supina, assolutamente immobile. Se non si fa così... la spina dorsale si deformerà...” (p. 50)
“...Riposarsi a metà o stando sdraiati o rivoltolandosi non dovrebbe essere permesso: se i bambini sono svegli dovrebbero essere fatti alzare e stare in posizioni corrette ed attive e tenersi occupati; in genere ogni cosa che possa condurre a pigrizia e mollezza (per esempio il divano nella camera dei bambini) dovrebbe esser tenuta lontano dal loro cerchio di attività”. (p. 50).

Per favorire le buone abitudini, il dr. Schreber inventò un congegno chiamato Schreberische Geradhalter (Raddrizzatore di Schreber) che testò sui suoi figli per costringere i bambini a stare seduti diritti. Si trattava di una sbarra di ferro a forma di croce fissata al tavolo al quale il bambino stava seduto a leggere o a scrivere. La sbarra esercitava una pressione contro la clavicola e la parte anteriore delle spalle per prevenire movimenti in avanti o una posizione curva. Così il bambino non poteva stare appoggiato a lungo alla sbarra “a causa della pressione esercitata da questo oggetto duro contro le ossa e della conseguente scomodità; il bambino ritornerà spontaneamente alla posizione eretta”. “Inoltre, per impedire che le spalle dei bambini si “incurvassero in avanti,” il dottor Schreber raccomandava delle cinghie per le spalle da portarsi ogni giorno e per tutto il giorno, “finché la cattiva abitudine fosse domata.”

Queste sono solo alcune delle molte raccomandazioni pedagogiche contenute nei libri del Dr. Schreber, ma bastano a farci capire che quest’uomo illustre e retto era in realtà un tiranno assoluto crudele e sadico a casa e con i suoi figli .

C’è da stupirsi se il giudice Schreber, che era stato allevato in questo modo da quando era ancora nella culla abbia più avanti sviluppato un delirio persecutorio? È il caso di dire che anche i paranoici hanno dei nemici, o meglio che ogni paranoico è diventato tale non per una sua innata debolezza o perversione personale, ma perché nella sua infanzia ha subito una persecuzione reale che deve essere individuata.  Ogni pensiero ed azione del giudice Schreber erano osservati dall’occhio paterno (l’occhio onnisciente di Dio) e niente che lui facesse o pensasse andava bene come era. Tutto doveva essere sottoposto a correzione per mezzo di punizioni fisiche, di  apparecchi ortopedici o attraverso il controllo psicologico. L’azione costante e invasiva del Padre viene rappresentata nel delirio come “miracoli divini”. Di questo Dio-padre, Schreber dice che non era abituato a trattare con i viventi, ma solo con i cadaveri perché l’obiettivo del padre era stato quello di schiacciare per sempre ogni suo desiderio e volontà e quindi ridurlo ad automa guidato dall’autorità paterna.

Ma perché una persona con un padre del genere non menziona esplicitamente mai nella storia della sua malattia le esperienze traumatiche che ha subito nell’infanzia? Perché lo fa attraverso il delirio. Il delirio di persecuzione si esprime attraverso allucinazioni che sono immagini metaforiche che rappresentano le sofferenze subite senza rivelarle come tali. Il folle produce allucinazioni perché non può permettersi di confessare a se stesso e agli altri la verità. I ricordi sono sostituiti dalle allucinazioni e da rappresentazioni fantastiche della causa delle proprie sofferenze.

Cosi il persecutore di Schreber non è più suo padre, ma Dio. L’allucinazione dell’esistenza di un Dio perseguitante è una formazione sostitutiva che viene al posto della presa di coscienza dei comportamenti crudeli di suo padre, la quale è intollerabile—suo padre non era crudele, suo padre gli voleva bene. Così il padre è salvo, ma il figlio è morto perché si è sacrificato a lui offrendogli la sua pazzia. Di tutti i sintomi, cioè le strategie inventate dagli umani per sfuggire a ciò che è intollerabile per la psiche, il delirio paranoico--la follia--è il più infausto per chi lo pone in atto perché, se non è smontato in tempo mette la vittima sulla via di una progressiva disintegrazione psichica.

La dinamica psichica che ha portato al delirio di persecuzione di Schreber non è stata di ordine edipico:  'io amo mio padre, anzi lo odio, o meglio lui odia me'. Ma è stata 'mio padre mi odia e siccome questo è un pensiero intollerabile, è invece Dio che mi odia, però mi ama (come mio padre)' e dunque io accetto di morire (simbolicamente nel delirio) per lui perché solo così il mondo (cioè la mia mente) può continuare reggersi. Purtroppo allucinare di essere morto può portare a lungo andare a una morte psichica e poi a quella fisica come è successo a Schreber che è morto, da folle, in manicomio.





OPERE CITATE
  1. S. Freud “Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia” Opere complete (Torino: Bollati Boringhieri) p. 2025 
  2. Morton Schatzman, La famiglia che uccide (Milano: Feltrinelli, 1973), p. 13 
  3. Morton Schatzman, La famiglia che uccide (Milano: Feltrinelli, 1973), p. 24