SESSO e GENERE (L'UOMO CHE AMAVA LE DONNE)



Da un punto di vista biologico, gli esseri umani, così come la maggior parte degli animali, si ripartiscono in due sessi a cui sono affidati due ruoli diversi, separati e non invertibili nel compito della riproduzione. Poiché le funzioni sessuali della fecondazione da un lato e della gravidanza dall’altro non sono negoziabili o trasferibili, da un punto di vista biologico i due sessi sono due unità distinte e discrete, cioè non mescolabili o graduabili.

Allo stesso tempo, sentiamo molto spesso dire che ognuno di noi ha una parte maschile o femminile. È opinione comune, infatti, che al di là del proprio sesso biologico, ogni essere umano sia caratterizzato da una combinazione variabile di una componente maschile e di una femminile. In altre parole, la natura umana, al di là del sesso biologico, sarebbe fondamentalmente ‘androgina’.

Anche Freud in qualche misura ha sostenuto questa tesi. Per Freud l’essenza del maschile era l’attività e quella del femminile era la passività. L’inclinazione all'attività derivava dal fatto di avere un organo genitale maschile destinato alla penetrazione e la tendenza alla passività era dovuta al fatto di non averlo e di avere al suo posto un ‘ricettacolo’ destinato ad accogliere il pene. Per la psicanalisi e per il pensiero comune i due sessi hanno il dovere di assecondare l’inclinazione presunta naturale della propria anatomia. Di conseguenza si attribuisce una forte componente 'maschile' a una donna quando questa ha un atteggiamento attivo, cioè non docile e viceversa è considerato ‘femminile’, cioè debole e ridicolo ogni atteggiamento maschile che non sia diretto al dominio.

Anche se le caratteristiche attribuite ai sessi sono comportamenti sociali appresi che esprimono il modo di relazionarsi agli altri e manifestano la posizione occupata dall’individuo nella gerarchia sociale e sessuale, nel pensiero comune ci si comporta come se la femminilità e la maschilità fossero equivalenti al sesso biologico, cioè come se fossero due entità opposte, separate e autonome ereditate alla nascita attraverso i geni e derivanti dalla costituzione dei due diversi apparati genitali.

Che cosa significa quindi quando un uomo rivendica una particolare affinità con il sesso femminile?

Un personaggio pubblico che recentemente ha fatto dichiarazioni di questo tipo è Eugenio Scalfari, il direttore di Repubblica, che qualche tempo fa al programma televisivo condotto da Lilli Gruber ha affermato con un certo compiacimento di essere appunto dotato di una  grande sensibilità che gli permetterebbe di comprendere bene le donne perché in virtù della sua ‘parte femminile’ troverebbe in sé stesso le stesse emozioni e sentimenti.

Scalfari ha appena pubblicato un libro intitolato Racconto autobiografico che sta promuovendo con interviste alla televisione e sui giornali. Una di queste interviste, fattagli da Conchita De Gregorio, si intitola significativamente “Confesso, ho molto amato” in cui parla dei suoi rapporti con le donne. Allora vediamo come si comporta con le donne un uomo che è dotato di una forte ‘componente femminile’.

Scalfari esordisce dicendo di aver “amato molte donne, se con amare si intende l’appetito del corpo”. Possiamo dire che questa sia una qualità femminile? Evidentemente no. Scalfari vuole subito mettere in chiaro il fatto che, come si addice a un vero maschio, ha avuto grandi appetiti e ha saputo come soddisfarli. Inoltre, ci dice che le molte donne che ha posseduto però non hanno avuto alcuna importanza perché, aggiunge, “ne ho amate davvero solo cinque, mia madre, le mie due mogli, le mie due figlie”. Notiamo che le donne amate sono tendenzialmente quelle che sono state parzialmente esonerate dalla funzione di oggetti di appetito sessuale: la mamma, le figlie, la prima moglie (e madre dei suoi figli) e la seconda, sposata poco tempo dopo la morte della prima.

Come è noto la teoria psicanalitica considera questo atteggiamento verso le donne—cioè la ripartizione tra donne da ‘appetire’ e donne da ‘amare’—un effetto del complesso di Edipo: il primo oggetto di desiderio sessuale del bambino sarebbe la madre. Ma poiché la madre appartiene al padre, su di essa cade il tabù. La madre diventa un oggetto proibito e il bambino è così costretto a dirigere il suo desiderio su altre donne. La proibizione edipica quindi avrebbe come risultato quello di dividere le donne in due categorie: quelle liberamente appetibili e quelle sulle quali cade il veto. Le prime sono desiderate sessualmente, ma non amate, le altre sono amate ma è complicato desiderarle sessualmente. In quest’ultima categoria rientrano le donne della famiglia, cioè le mogli e le figlie.

Il complesso di Edipo è il primo comandamento della teoria psicanalitica. Corrisponde pressappoco all’ingiunzione 'non avrai altro Dio all’infuori di me' per il cristiano. Ma la psicanalisi non dovrebbe essere una religione con dei dogmi da difendere, dovrebbe essere una libera investigazione dell’inconscio umano. Di conseguenza anche il complesso di Edipo come ogni altra cosa deve essere analizzato criticamente.

Possiamo chiederci allora da dove nasca l’incontestabile divisione delle donne in oggetti del desiderio e in oggetti d’amore. Secondo la teoria psicanalitica, nell’uomo desiderio e amore sono in conflitto tra loro perché l’oggetto d’amore per definizione coincide con la madre che però è proibita perché appartiene al padre. Ma questa dinamica acquista senso solo se è inserita nel contesto della società patriarcale. Nei sistemi sociali patriarcali le donne sono subordinate agli uomini ed educate a rendersi disponibili per due funzioni fondamentali: la riproduzione e il sesso. Queste due funzioni però sono state tradizionalmente incompatibili fra di loro perché da un punto di vista maschile è fondamentale avere il controllo della prole, cioè essere certi che i figli maschi che erediteranno il nome e i beni siano effettivamente figli di quel padre e non di un altro. La libertà sessuale della classe di donne a cui è stata assegnata la funzione di madri deve quindi essere limitata. Per questo le mogli devono essere caste.

Il principio morale che ne segue per gli uomini è 'non desiderare la donna d’altri': le donne degli altri uomini in quanto madri o future madri sono tabù. Nel diritto romano per esempio, l’adulterio, cioè avere rapporti sessuali con la moglie di un altro, era sanzionato molto severamente perché minava l’intero sistema della trasmissione sociale del nome del padre. La proibizione edipica, quindi, non è una vicenda individuale, cioè una particolare dinamica tra padri e figli all’interno della famiglia e indipendentemente dal sistema sociale in cui gli individui vivono, ma è una regola sociale che stabilisce che la classe delle madri effettive o potenziali, non può diventare oggetto di desiderio da parte di tutti gli altri uomini. In altre parole, non è la madre in quanto madre che il figlio non deve desiderare, ma la categoria di madre in quanto moglie legittima di un altro uomo e destinata non al consumo sessuale, ma alla filiazione. Ne deriva che il conflitto sessuale originario non è quello tra padre e figlio per il possesso della madre, ma quello tra pari, cioè tra tutti i padri di famiglia che devono assicurarsi la legittimità dei propri figli limitando l’accesso degli altri uomini alle loro donne. Quel che rimane inscritto nell’inconscio del maschio è quindi che le spose legittime sono ‘pure’ nella misura in cui sono mogli e madri. Le donne che sono state destinate a occuparsi della riproduzione delle stirpi, devono essere 'rispettate', cioè non devono essere l’oggetto sessuale di nessuno.

Ritorniamo quindi a Scalfari. Procedendo con l’intervista, Scalfari ci dimostra di aver capito molto presto qual è il ruolo del patriarca. Il ruolo del patriarca è quello di ‘proteggere’ la sua proprietà, cioè in primis le sue donne, cosa che suo padre non era in grado di fare perché:

Rientrava tardi la notte, in specie negli anni in cui lavorava al casinò di Sanremo. Era andato, da giovane, a Fiume con D’Annunzio. Immagino ne abbia fatte di cotte e di crude. Era avvocato, giocava a poker, la notte vagava, la mattina dormiva.”

In queste condizioni il bambino Scalfari si sente vocato a prendere il posto del padre, non in quanto amante della madre, ma appunto in quanto paterfamilias, garante e protettore dell’unità familiare:

Sono stato il padre dei miei genitori. Volevo che non si lasciassero: ero obbediente perché così esercitavo su di loro un potere. Comandavo che non si lasciassero. Non ho conosciuto il complesso di Edipo. Non ero geloso di mia madre, non volevo sostituirmi a mio padre.

Potremmo dire che complesso di Edipo da un punto di vista psicanalitico, cioè patologico insorge quando al bambino viene fatto capire che non potrà mai aspirare a prendere posto tra i pari e i padri che hanno legittimo accesso alle donne in quanto legittime mogli e alle altre donne come oggetti sessuali. Il complesso di Edipo da un punto di vista psicanalitico è quindi il fallimento della trasmissione del nome del padre. Ma questo non è certo il caso di Scalfari, che fin da piccolo ha sentito di aver diritto a tutti i privilegi del suo sesso e che in qualità di pater in pectore si è assunto il ruolo di ‘proteggere’ il matrimonio dei suoi genitori.

Naturalmente una volta cresciuto la posizione psichica del nobile protettore porta con sé dei notevoli privilegi perché colui al quale è stata attribuita l’autorità morale di ‘difendere’ qualcun altro viene riconosciuto consciamente o inconsciamente come superiore dai suoi protetti. Nel suo ruolo di patriarca Scalfari ha dunque potuto permettersi di amare contemporaneamente due donne: 

Per molti anni della mia vita adulta sono stato bigamo. Ho amato due donne dando loro e prendendo da loro meraviglia e dolore, e quando il dolore ha sovrastato la bellezza - è sovente accaduto - ho provato a separarmi dall’una o dall’altra ma sempre la parte mancante mi doleva come un’amputazione. Ho detto a ciascuna, separatamente, infine: voi fate parte di me. Non riesco a prendere una decisione drastica, vedete che ho provato ma non riesco: fatelo voi, mi atterrò alla vostra scelta. Né Simonetta né Serena, in quel momento, hanno voluto. Non allora né negli anni a venire. La nostra relazione triangolare ha procurato a ciascuno felicità e certamente sofferenze, ma è stata a conti fatti una fortuna grande.

Fintanto che l’unità familiare è salvaguardata, un uomo può trovarsi altri oggetti del desiderio, tanto più che se le donne sono naturalmente divise in due categorie--le mogli e le amanti--è sacrosanto diritto di un uomo ricomporre l’unità del suo desiderio. Per questo non è possibile rinunciare all’una o all’altra, perché le due occupano due posizioni diverse. Una è amata in quanto la madre legittima dei propri figli, l’altra è desiderata eroticamente. Rispetto alla prima moglie Scalfari dichiara: 

Nel corso del nostro matrimonio ho avuto molte avventure ma lei non ci dava peso. Sentiva il radicamento della nostra unione. Non conoscevo senso di colpa. Insieme ridevamo della psicanalisi.

Simonetta, la prima moglie, sapendo di avere la Legge dalla sua parte non dà peso alle numerose avventure del marito. D’altre parte, l’illustre marito, si sente del tutto incolpevole e irride la psicanalisi (che qui rappresenterebbe la presa di coscienza delle ragioni del suo comportamento).

L’unica trasgressione che Scalfari si dichiara incapace di compiere è quella di avere figli da donne diverse e non c’è da stupirsi perché la più grave infrazione della legge dei patriarchi che è quella di mettere a rischio la purezza della linea di filiazione. Per questo non si possono avere figli da due donne diverse: i figli dell’altra sarebbero illegittimi o alternativamente sarebbe necessario divorziare e quindi in un certo senso ripudiare la prima moglie e sposare la seconda e questo confligge con il rispetto del nome del padre e con l’unità della femiglia. Quindi, fintantoché i figli non sono coinvolti Scalfari può far soffrire le sue donne con la coscienza a posto sapendo di obbedire alle leggi non scritte del suo sesso e della sua stirpe. E qual è la sua stirpe? 

Ero l’unico nipote maschio. La stirpe a cui appartengo è cresciuta tra mura e rovine minoiche. Gli uomini, negli anni della mia infanzia e giovinezza, si comportavano con le donne come si faceva a quel tempo. Le contadine anche molto giovani erano oggetto degli appetiti dei signori, c’era una sorta di ius primae noctis. Ricordo di aver imparato molto presto una massima della cultura contadina. Diceva che il pericolo di adulterio si annidava nelle “tre C”: il compare, padrino del figlio che entra in casa a trovare il bambino e butta un occhio sulla madre, il cugino, il cognato. Le donne partorivano, cucinavano, crescevano i figli e sopportavano il resto in silenzio.

Fedele alla legge ancestrale Scalfari è rimasto formalmente sposato con Simonetta, la prima moglie, fino alla morte di lei. Solo allora ha proceduto a sposare l’amante di una vita, Serena. Anche Serena sa bene qual è il suo posto, infatti, riferisce Scalfari: "A volte, ancora, sbaglio il nome di Serena con quello di Simonetta. Lei non mi corregge mai".

Che cosa significa allora nel caso di Scalfari, dire di avere una forte componente femminile e confessare di aver “molto amato”? Certamente la presunta intensità delle sue passioni e il suo ‘attaccamento’ alle donne non gli deriva da una identificazione spontanea con il punto di vista femminile. È vero l’opposto. Scalfari è saldamente radicato nella sua posizione di privilegio maschile patriarcale e il fatto che immagini di avere una sensibilità femminile è semplicemente un sintomo di un narcisismo profondo che tradisce il desiderio tipicamente maschile di poter essere tutto, capire tutto e di poter prendere tutte le posizioni senza avere alcun limite. Se ha molto amato, ha amato esclusivamente alle sue condizioni, cioè a condizione che ognuna delle sue donne prendesse esattamente il posto che le era assegnato: la moglie e madre da un lato, l’amante fedele dall’altro, le avventure estemporanee dall’altro ancora. Generalmente questo è il profilo degli uomini che dicono di amare le donne. È una ben strana concezione di amore perché non prevede la reciprocità dei sacrifici e degli impegni. Alle donne sono poste delle condizioni e la loro libertà consiste nell’accettarle o meno.

Ritorniamo alla questione se sia possibile o no avere dentro di sé una parte maschile e una femminile. Questa affermazione non significa assolutamente nulla, da un lato perché il sesso, cioè i corpi, non si possono né cambiare né scambiare. Non basta immaginarsi di capire le donne, per capirle veramente e soprattutto non basta ‘sentirsi donna’ per esserlo. Donne certo si diventa, come diceva Simone de Beauvoir, ma prima bisogna nascerci. Per essere di genere femminile, bisogna prima di tutto essere di sesso femminile. Un uomo che dica di sentirsi donna (o una donna uomo) non può fare appello a una presunta essenza metafisica in conflitto con la sua anatomia, il massimo che può dire è di desiderare la posizione sessuale, culturale e sociale, che ritiene sia occupata dal sesso opposto al suo. Ma non si può mai dimenticare la differenza di genere deriva dall’anatomia che costringe a certe funzioni piuttosto che altre e quindi limita l’onnipotenza dell’immaginazione.

Più precisamente, la femminilità è una costruzione culturale che si appoggia sulle proprietà del corpo femminile che sono state adattate in modo da operare per il vantaggio del sesso maschile. La femminilità è quindi la percezione di sé che deriva dall’abitare più o meno felicemente un corpo di sesso femminile e dall’essere trattata in un certo modo dalla società per via del corpo che si ha. In questo senso, una donna per quanto possa essere in guerra contro le caratteristiche imposte al sesso femminile e magari voglia assumere qualità maschili rimane sempre una donna alle prese con le contraddizioni della sua condizione. Nello stesso modo per quanto un uomo possa immaginare di identificarsi con una posizione femminile, lo farà dal punto di vista dell’immaginario maschile, non da quello dell’esperienza diretta. Di conseguenza, dire di avere una forte parte femminile è un nonsenso, oltre a essere un atto di presunzione.

Qual è quindi la relazione tra sesso e genere? Negli ultimi vent’anni, la nozione di genere ha preso piede a discapito di quella di sesso. Spesso si parla di genere come se fosse un modo di porsi, di pensare, di parlare e di vestirsi che una persona può consapevolmente scegliere nello stesso modo in cui si sceglie un look fra i tanti offerti dal mercato e si immagina che esistano molti generi sulla scala che va dalla ‘polarità’ maschile a quella femminile. In questo modo, la funzione critica della nozione di genere come adattamento coatto imposto al sesso scompare perché il genere diventa plurale e va a coincidere semplicemente con il concetto di personalità o di carattere. In questo non ci sarebbe nulla di male se non per il fatto che si tratta di un'illusione di libertà poiché da un lato l’anatomia non recede e dall'altro il femminile rimane subordinato e connotato negativamente.

La nozione di genere non può far scomparire la differenza sessuale. L’anatomia, come diceva Freud, rimane comunque un destino perché non si può mai sfuggire o uscire dal proprio corpo. Non esistono androgini, così come non esistono anime senza corpo. D'altra parte, la differenza sessuale non deve essere un destino funesto. Potremmo definire la differenza sessuale come una differenza a priori, cioè una differenza ontologica che precede la significazione e che fa sì il che punto di vista maschile e quello femminile non coincidano. Questo però non significa che il maschile e il femminile siano opposti. È un nostro abito mentale pensare che ogni differenza sia una differenza fra contrari che si oppongono. Infatti nei sistemi patriarcali i sessi e quindi i generi sono stati simbolizzati come due poli opposti di cui uno è positivo (il maschile) e l’altro è negativo (il femminile). Uno è pieno, l’altro è vuoto, uno è forte, l’altro è debole, uno è attivo, l’altro è passivo e così via.

Per liberare i due sessi dai vincoli che li opprimono (anche se in maniera diversa) bisogna saper immaginare una relazione tra simili (i sessi) che non sia fondata sull’opposizione di due termini. Per fare questo bisogna intervenire nella cultura per cambiare la connotazione inconscia attribuita a ciascun sesso, ma non si potrà mai negare che i sessi siano due. Ma bisogna soprattutto intervenire per cambiare i rapporti di forza tra i due sessi perché ciò che rende il sesso maschile forte e attivo è semplicemente il fatto che gode di una condizione di privilegio sociale che viene invece attribuita alla sua anatomia o a una sua presunta essenza archetipica

La differenza sessuale è quindi una differenza ineludibile, ma allo stesso tempo senza significato predeterminato. Qualsiasi cosa succederà nell’evoluzione della razza umana ci sarà una differenza tra uomini e donne, ma il contenuto di tale differenza, cioè il significato di tale differenza è l’effetto dei rapporti sociali che si intrecciano nel quadro delle costrizioni materiali, storiche, economiche, sociali e simboliche. Tali condizioni sono state finora rigidamente patriarcali e hanno prodotto un certo tipo di donna e di uomo.

Un percorso di emancipazione individuale dagli stereotipi di genere deve passare attraverso uno smontaggio delle idee che regolano la divisione gerarchica dei sessi per ritrovare un contatto più libero con il corpo sessuato così come è e non come dovrebbe essere. Ritornare al corpo significa accettare l’esistenza della differenza sessuale senza ricorrere al concetto di identità di genere, che si regge sul fantasma dell’Androgino. Il concetto di androginia psichica non è altro che un dispositivo nato per subordinare un sesso all’altro in nome di un intero che non può che essere di genere maschile.