UNA BAMBINA VIENE PICCHIATA

Centro Studi La Tigre Bianca, Modena 13 febbraio, ore 16.00 


“Una bambina viene picchiata” fa riferimento allo scritto di Freud del 1919 che si intitola “Un bambino viene picchiato”. In tedesco, bambino si dice Kind, un sostantivo di genere neutro. Con questo termine, in tedesco, il sesso del bambino che viene picchiato e quello del bambino che si immagina la scena, cioè mette in piedi la fantasia, rimane indeterminato. Lo stesso vale per la traduzione in italiano, dove vige l’uso del maschile come universale. Ma il bambino che viene picchiato è un bambino o una bambina? Istintivamente pensiamo al maschile, ma oggi sappiamo che le riflessioni di Freud sulla modalità di formazione delle fantasie sessuali infantili si sono basate in larga misura sull’analisi non di un bambino, ma di una bambina—sua figlia Anna. Anna Freud a sua volta darà la sua versione sulla formazione di quella fantasia, fingendo però di parlare di qualcun altro, nel suo scritto del 1922, “Fantasie di percosse e sogni ad occhi aperti”.   

Nello scritto Ein Kind wird verschlagen Freud affronta la questione dell’origine e dello sviluppo delle fantasie sessuali infantili e della loro permanenza nella vita adulta. Le riflessioni di Freud sono molto interessanti perché toccano anche la formazione di ciò che oggi chiameremmo “identità di genere” in un modo molto meno superficiale di quanto si faccia oggi, dato che nel discorso comune, l’idea di identità non è analizzata e tutto il dibattito si riduce a un generico “rispetto per le differenze” e al fatto che ognuno deve essere libero di fare quello che preferisce. Il punto per la psicanalisi è: fare cosa e perché? Freud non si ferma alla superficie e vuole capire quali siano le dinamiche psichiche che portano alla formazione di una fantasia sessuale straordinariamente diffusa come quella di essere picchiati e delle sue declinazioni a seconda del sesso.

Per afferrare il ragionamento di Freud sulle fantasie sessuali bisogna prima comprendere esattamente che qual è la sua idea dell’inconscio e quali sono i suoi effetti nella psiche. Come è noto, per Freud la psiche è formata da un sistema inconscio il cui obiettivo è la ricerca del piacere, e da un sistema conscio che fa valere il principio di realtà, cioè il necessario adattamento alle circostanze della vita. Però il sistema inconscio, che è guidato dalla ricerca del piacere, resiste sempre in qualche misura e fa pressione sulla coscienza per fare valere le sue esigenze e questo impedisce che l’essere umano possa mai completamente adattarsi senza protestare alla dura necessità (Ananke). Questo significa che una porzione della psiche lavora sempre per raggiungere il piacere a dispetto del sistema conscio e se non lo trova nella realtà, produce delle formazioni sostitutive (della realtà, appunto) che sono le fantasticherie da cui si sviluppano poi le fantasie sessuali, che Freud considera formazioni dell’inconscio insieme al sogno, al sintomo e agli atti mancati. Questi fenomeni per la psicanalisi sono formazioni dell’inconscio perché sono i modi in cui il principio di piacere protesta/resiste contro il principio di realtà.

Ma cos’è il piacere nel pensiero di Freud? Da un lato, Freud ritiene che il piacere sia la cessazione di uno stato di eccitazione, cioè che consista nel raggiungimento di una condizione di pacificazione derivante dalla liquidazione di un eccesso di stimoli. D’altra parte è evidente che l’esercizio della pulsione, cioè lo stato di eccitazione stesso, produce piacere nella misura in cui è associato a un oggetto o a una meta desiderata. In altre parole, il piacere non è solo il soddisfacimento, ma anche l’azione che conduce ad esso. Esistono due parole per denotare un imperativo intrapsichico che chiama all’azione: istinto e pulsione. Per istinto si intende la spinta a compiere un determinato atto più o meno complesso e la capacità di compierlo senza bisogno di averlo appreso in precedenza, cioè senza avere l’abilità di rappresentarsi ciò che si sta facendo. Il concetto di istinto deve inoltre essere separato da quello di riflesso, che è la risposta automatica dell’organismo a uno stimolo (es: starnuto). Non bisogna però pensare che gli istinti siano del tutto fissati una volta e per sempre. Nelle specie animali ci sono, è vero, azioni che sono innate e possono essere compiute senza preparazione. Ad esempio ci sono uccelli che sanno prendere il volo anche se sono nati e cresciuti in gabbia e non hanno mai volato prima. Altri uccelli però imparano a volare solo se hanno possibilità di farlo in un certo momento del loro stadio evolutivo. Ci sono quindi istinti che devono essere attivati dall’ambiente in un preciso momento dello sviluppo dell’individuo e non oltre. In generale, più la corteccia cerebrale è sviluppata—come è il caso nei mammiferi—più plasmabili e complessi sono gli istinti.

Ma un istinto che deve essere socialmente attivato, costruito e plasmato è ancora un istinto? Per esempio, sappiamo che le leonesse e le femmine di scimpanzé che sono cresciute negli zoo e non sono state allevate dalle loro madri rifiutano i loro cuccioli perché non sanno come porsi rispetto alla loro prole. Possiamo parlare allora di un “istinto materno”, o non dovremmo piuttosto parlare di un apprendimento materno? Lo stesso vale a maggior ragione per certi comportamenti umani, che volentieri consideriamo “innati” a cominciare dal famoso istinto materno che viene attribuito, o meglio imposto alle donne.

Freud usa il termine Trieb, che si traduce letteralmente come spinta—tradotta in italiano come pulsione—per indicare la forma che negli esseri umani hanno preso gli istinti, cioè il fatto che hanno perso la loro forma predeterminata e sono diventati così plastici che alla fine ciò che si può dire di loro è che sono una spinta all’azione senza un oggetto e un significato prefissato. In “Le pulsioni e i loro destini” Freud definisce la pulsione come un istanza che sta al limite lo psichico e il corporeo e come la “rappresentanza” del somatico nello psichico. Fantasie, sogni e sintomi sono i modi in cui la pulsione ostacolata dal principio di realtà trova una soddisfazione sostitutiva.

Il punto su cui bisogna essere in disaccordo con Freud è quando dice che esistono due tipi di pulsioni potenzialmente opposte: le pulsioni sessuali e le pulsioni dell’io. Le pulsioni sessuali sono radicate nel corpo e producono quel che Freud chiama un “piacere d’organo”, mentre le pulsioni dell’io sono di carattere affettivo-intellettuale perché promuovono le istanze dell’io nel suo ambiente e quindi sono un effetto della relazione con l’altro, sia esso l’altro come alter ego, sia come mondo sociale e culturale. La pulsione dell’io più fondamentale è il narcisismo. Le pulsioni dell’io risultano dal desiderio narcisistico di vedersi riflessi positivamente nello sguardo dell’altro. Invece nel pensiero di Freud, le pulsioni sessuali sono solipsistiche, cioè mirano direttamente alla soddisfazione fisica dell’organo che le genera. In altre parole, le pulsioni sessuali escludono l’altro mentre le pulsioni dell’io lo includono e si costruiscono a partire da esso.

Ma perché le pulsioni sessuali dovrebbero escludere l’altro? Perché non dovremmo pensare che le pulsioni sessuali siano semplicemente una componente delle pulsioni dell’io? Perché Freud ritiene che le pulsioni sessuali siano in realtà degli istinti sessuali atavici, più precisamente sarebbero le rappresentanze degli istinti animali ereditati dalla specie umana nel corso dell’evoluzione. Freud era un evoluzionista, ma il concetto di evoluzione biologica è complesso ed è stato spesso malinteso, deformato ed esteso a campi che non gli appartengono. La teoria dell’evoluzione basata sulle ricerche di Darwin afferma che le specie viventi si evolvono una dall’altra, ma non necessariamente secondo una linea di crescente complessità, ma seguendo il principio della sopravvivenza del più adatto all’ambiente. Bisogna notare però che l’organismo più adatto non è necessariamente l’organismo più complesso, più sofisticato, più bello o più moralmente più avanzato, anzi. Ognuno può osservare che la vita sulla terra nel corso del tempo ha assunto forme particolarmente poco attraenti. Inoltre, ci sono insetti che non si sono evoluti da milioni di anni esattamente perché sono perfettamente adattati al loro ambiente. Quindi per Darwin evoluzione non significava necessariamente progresso. In altre parole l’evoluzione non era una spinta costante interna al campo del vivente che lo porta necessariamente a raggiungere sempre più elevati gradi di complessità e civiltà. Secondo Darwin ciò che causava l’evoluzione delle specie erano mutazioni genetiche casuali, che sempre casualmente favorivano la sopravvivenza dei portatori che quindi le trasmettevano ai discendenti. I filosofi e i divulgatori del 19° e inizio 20° secolo però trasformarono il corso accidentale dell’evoluzione in evoluzionismo, una filosofia che considerava la storia dell’universo, della terra e della vita su di essa come una gloriosa marcia delle cose verso una superiore complessità, organizzazione, integrazione, e moralità. Si trattava del trionfo della civiltà sulla barbarie, dell’umano sull’animale. E questa lotta non si combatteva solo a livello morfologico ed etologico, come nella teoria darwiniana, ma investiva anche la psiche, cioè l’inconscio, attraverso l’evoluzione degli istinti sessuali.

Il pensiero di Freud sulla sessualità fu profondamente influenzato dai filosofi tedeschi dell’evoluzionismo, come Ernst Häckel (1834-1919) e Wilhelm Bölsche, i quali ritenevano che la libido umana in ogni nuovo nato dovesse passare attraverso tutti gli stadi riproduttivi della vita animale prima di approdare allo stadio finale della riproduzione genitale. Questa teoria si chiama “ricapitolazione della filogenesi nell’ontogenesi” Ciò significava, a loro avviso, che il bambino eredita anche gli istinti sessuali animali di fasi evolutive precedenti. In particolare, secondo le speculazioni filosofico-biologiche dell’epoca, la riproduzione animale passerebbe per tre stadi: per via orale, per via anale e infine per via genitale. Scrive Freud:
Considerate come in una classe di animali l’apparato genitale sia posto nel più stretto rapporto con la bocca, in un’altra non possa essere distinto dall’apparato escretorio, e in altre ancora sia collegato agli organi motori, tutte cose che trovate descritte in forma attraente nel prezioso libro di Bölsche. Negli animali si vedono, per così dire cristallizzate in organizzazione sessuale, tutte le specie di perversioni. Nel caso dell’uomo, invece, il punto di vista filogenetico viene in parte offuscato dalla circostanza che ciò che in fondo è ereditario viene purtuttavia acquisito ex novo nello sviluppo individuale, probabilmente per il fatto che sussistono e agiscono ancora su ogni singolo individuo le stesse condizioni che hanno resa necessaria a suo tempo l’acquisizione.(1)
La riproduzione ha bisogno di orifizi. Di conseguenza i luoghi che generano la pulsione sessuale sono i punti che permettono al corpo uno scambio con l‘esterno, tali aperture sono la bocca, l’ano e gli organi genitali. Cosi secondo la teoria della ricapitolazione, nel bambino ognuna di queste aperture ha una doppia funzione, la sua propria (mangiare, defecare, urinare) e quella sessuale. Freud ritiene quindi che negli esseri umani la soddisfazione delle funzioni vitali del mangiare, defecare e urinare porti sempre con sé anche un piacere sessuale, cioè produca anche un soddisfacimento della pulsione sessuale e che quindi la bocca e l’ano, oltre che i genitali siano luoghi di godimento sessuale evolutivamente preordinati. Per Freud, un godimento sessuale che si blocca nella sua evoluzione e si fissa sulla bocca o sull’ano con l’esclusione dei genitali e dalla riproduzione diventa una perversione. Le perversioni sarebbero quindi dovute alla sopravvivenza nella psiche umana del corredo istintuale di fasi evolutive precedenti. Le perversioni sarebbero rimanenze arcaiche di istinti animali che nel corso del programma evolutivo intrinseco all’organismo umano devono essere eliminate da un naturale processo di rimozione. In altre parole, lo sviluppo psichico umano prevede l’attraversamento e la rimozione degli istinti sessuali orali, e anali per confluire nella genitalità riproduttiva.

Quando il passaggio da uno stadio all’altro è disturbato e impedito, Freud parla di regressione e fissazione della libido sullo stadio precedente. Disturbare questo processo è molto facile perché la bocca e l’ano hanno le loro funzioni specifiche che non sono sessuali, ma che possono in ogni momento diventarlo dato che portano con sé la pulsione sessuale ereditata. Ogni bambino quindi corre il rischio di essere sollecitato sessualmente e quindi deviato verso la perversione ogni volta che la madre lo nutre e accudisce. Con la teoria degli stadi della pulsione entra nell’immaginario l’immagine della madre onnipotente e seduttrice che conduce i figli sulla via della perversione con le sue eccessive cure e quindi deve essere separata da essi dall’intervento paterno.

Freud è molto aperto sulla questione delle perversioni perché non le considera una scelta soggettiva, ma una malattia, cioè un intoppo nell’evoluzione della libido. Egli osserva che la condizione del pervertito è piuttosto triste: si tratta di “poveri diavoli che pagano straordinariamente caro il loro soddisfacimento difficile a conquistarsi”.(2) Freud nota anche che la sessualità normale, cioè non perversa si compone di molti atti che non servono alla riproduzione. Per esempio, il bacio sarebbe una manifestazione perversa della pulsione orale che ha trovato cittadinanza nella sessualità normale nella categoria dei cosiddetti “preliminari”:
Le azioni perverse, allorché si inseriscono come elementi che preparano o rendono più intenso il compimento dell’atto sessuale normale, non sono più vere e proprie perversioni. Naturalmente lo iato tra sessualità normale e sessualità perversa si restringe assai a causa di questi fatti. Ne risulta facilmente che la sessualità normale proviene da qualcosa che esisteva già prima e si è formata scartando come inservibili certe caratteristiche di questo materiale e riunendone insieme altre per subordinarle a un nuovo fine, quello riproduttivo.(3)
 
Possiamo tranquillamente concordare con Freud sul fatto che se dovessimo considerare “perverse” tutte le attività sessuali che non hanno per fine la penetrazione, della sessualità rimarrebbe ben poca cosa. Anzi potremmo andare oltre Freud e dire che anche gli atti sessuali che sostituiscono interamente, invece di introdurre o accompagnare la penetrazione non sono da ritenersi perversioni perché ciò che costituisce la perversione non è l’atto in sé in quanto espressione di una presunta fissazione o regressione istintuale, ma il fatto che un certo tipo di comportamento sessuale esprime un certo tipo di relazione con l’oggetto del desiderio. Per essere più chiari, e rettificando Freud, c’è perversione ogni volta che l’altro del rapporto sessuale viene trattato come un oggetto e non come un soggetto di desiderio. In questo senso, la presenza o l’assenza di penetrazione è del tutto irrilevante ai fini di una definizione del carattere perverso dato che proprio attraverso la penetrazione l’altro (o più specificamente, l’altra) può essere e in effetti nella maggior parte dei casi è trasformato in oggetto sessuale e a volte, per sovrappiù, in strumento per la riproduzione.

In effetti, se prendiamo per buono il modello pulsionale della libido, tutti gli oggetti delle pulsioni, proprio perché sono oggetti destinati a calmare uno stimolo, fanno una brutta fine: nel caso della pulsione orale l’oggetto chiamiamolo “d’amore” viene trattato come qualcosa che si può fagocitare, cioè che non è separato da sé. Nel caso della pulsione anale è trattato come qualcosa che bisogna espellere ed eliminare, cioè è l’oggetto di un impulso sadico. E che dire della fase genitale dove finalmente la libido confluisce nell’organo giusto e per giusti fini, cioè per la riproduzione? La penetrazione non sarebbe altro che la soddisfazione della pulsione genitale e dei suoi fini riproduttivi.

Per Freud, l’oggetto della pulsione genitale nel bambino è il genitore del sesso opposto. Bisogna precisare che quando Freud elabora le sue teorie sulla sessualità, lo fa sempre dal punto di vista maschile, che poi estende per default a quello femminile, salvo poi correggersi e alzare le braccia al cielo nella disperazione di non saper dire “che cosa vuole una donna”. Così in base alla teoria della ricapitolazione ontogenetica della filogenesi, Freud postula che lo stadio genitale coincide nel maschietto e di conseguenza anche nella femminuccia con lo stadio del Complesso di Edipo. Bisogna intendersi bene sul complesso di Edipo perché oggi si tende a smussare il suo significato inquietante nella teoria freudiana. Il complesso di Edipo non consiste semplicemente nel fatto che il bambino, narcisisticamente, vuole l’assoluta attenzione e amore della madre e vede di mal occhio chiunque gliela tolga. Nella fase genitale e finale dello sviluppo della pulsione sessuale, il maschietto vuole possedere sessualmente (cioè penetrare) la madre, che è il primo altro di sesso femminile che incontra e vuole togliere di mezzo il padre che vede come un rivale. Questa per Freud non è un evenienza individuale, ma è una fase inscritta nel programma istintuale della specie umana, così come anche il suo superamento per azione della rimozione. Secondo Freud il sorgere e il tramontare del Complesso di Edipo ha luogo tra i tre e i cinque anni. L’avvenuto superamento dell’Edipo sarebbe dimostrato dal cosiddetto periodo di latenza in cui la sessualità infantile cadrebbe sotto l’ascia della rimozione per ricomparire su nuove basi nella pubertà.

Che cosa dobbiamo pensare di questo modello della sessualità basato sull’ereditarietà delle pulsioni? Certamente è affascinante e sufficientemente flessibile per poterlo piegare ad ogni uso. Il problema è che è basato sull’ipotesi non dimostrata che le pulsioni (che sono la forma che gli istinti assumono nella specie umana) si sviluppino per stadi filogeneticamente trasmessi ed ereditati. Ricordiamo che questa non è una tesi dell’etologia, che si deve attenere gli aspetti visibili del comportamento animale, né della biologia, che non si occupa degli stati psichici, ma è una speculazione filosofica propria della psicanalisi che si appoggia sulle scoperte della biologia e dell’etologia in chiave evoluzionista. In altre parole non abbiamo alcuna prova che il “godimento d’organo” mostrato dai bambini nell’esercizio delle loro funzioni fisiologiche derivi da un programma istintuale di soddisfacimento della pulsione sessuale. Non possiamo arrivare a questa conclusione perché non c’è modo di verificare l’esistenza di fantasie inconsce nei bambini da 0 a 5 anni, e qualora fossero reperite non sarebbe possibile stabilire se queste siano filogeneticamente ereditate piuttosto che apprese dall’ambiente.

Questo ci porta al significato della fantasia sessuale del bambino che viene picchiato. Nello scritto con questo titolo, Freud ci dice che:
1. Questa fantasia è molto comune in persone che cercano una cura psicanalitica e che soffrono di “isteria” o “nevrosi ossessiva”.  2. La scena è utilizzata ai fini della masturbazione. 
3. La fantasia viene ammessa con esitazione e con un senso di  vergogna e di colpa più che con altre confessioni riguardanti la vita sessuale.  
4. La scena non sarebbe originata da esperienze reali di percosse viste o subite a scuola o casa, ma tali esperienze servirebbero come attivazione di fantasie pre-esistenti.

Freud sottolinea che “l’influsso della scuola era così evidente che i pazienti erano in un primo momento tentati di ricondurre le loro fantasie di percosse esclusivamente a queste impressioni del periodo scolastico, dopo i sei anni. Ma afferma che questa dichiarazione non reggeva mai; le fantasie erano state presenti già prima.(4)

Abbiamo già visto per quali ragioni Freud sostiene, e in verità deve sostenere, che le fantasie sessuali dei bambini non sono costruite a partire dalla realtà—ne va della sua teoria dell’inconscio. Gli adulti che gli hanno riferito queste fantasie, afferma, non erano stati educati a suon di sculacciate o bastonate, anche se “naturalmente a ciascuno di questi bambini era pur capitato una volta o l’altra di sperimentare la superiorità fisica dei propri genitori o educatori; né c’è bisogno di sottolineare con particolare enfasi che mai erano mancate le normali zuffe che si svolgono tra i bambini che vivono sotto lo stesso tetto”.(5)

Freud si fa anche alcune importanti domande: chi era il bambino picchiato (maschio o femmina?), chi era la persona che lo picchiava (maschio o femmina? Adulto o bambino?. Un’altra interessante domanda è: con chi si identifica il soggetto che fantastica? Con il bambino picchiato? Con l’adulto picchiante? Oppure con l’osservatore che guarda la scena? Freud ci dice che la risposta era sempre “non ne so nulla, semplicemente un bambino viene picchiato”. Questo non saperne nulla, per Freud, è naturalmente il segno di una rimozione in atto, cioè di una resistenza dell’io a saperne di più.

Freud riporta la risposta a queste domande come un risultato emerso dall’analisi di bambine e ritiene di aver scoperto una particolare vicissitudine della pulsione sessuale tipicamente femminile. Dunque ci dice che il bambino che viene picchiato è sempre un altro bambino che può essere indifferentemente maschio o femmina e che chi picchia è un adulto e che nelle bambine questo adulto è il padre. Secondo Freud le varie fasi della fantasia si articolano nella psiche proprio per mascherare e omettere il fatto che chi picchia è il padre. Le fasi di articolazione della fantasia sono dunque le seguenti, a ritroso, cioè con un livello decrescente di rimozione:
1. Un bambino viene picchiato. 2. Un bambino (che non sono io) viene picchiato. 3. Un bambino, che io odio, viene picchiato da mio padre. 4. Io vengo picchiata da mio padre.

Il nucleo incandescente e intoccabile della fantasia è l’ultima versione, quella che dice “Io vengo picchiata da mio padre”. Freud ci dice:
Questa […] fase è fra tutte la più importante e densa di conseguenze. Ma di essa si può dire, in un certo senso, che non ha mai avuto un’esistenza reale. In nessun caso viene ricordata, non è mai riuscita a diventare cosciente. È una costruzione dell’analisi, ma non per questo è meno necessaria.(6)
Il pensiero “Io vengo picchiata da mio padre” è una “costruzione dell’analisi” perché è un pensiero rimosso che non può diventare cosciente in quanto esprime l’oggetto dell’ultima fase della pulsione genitale ereditaria: il genitore del sesso opposto, cioè nel caso di una bambina, il padre. Secondo Freud la figura del padre non può mai entrare nella coscienza perché non appartiene alla coscienza individuale, cioè non è un pensiero dell’individuo, ma proviene dalla corredo istintuale della specie. La bambina quindi in maniera inconsapevole e oscura desidererebbe aver un rapporto sessuale con il padre, così come il bambino con la madre:
Il desiderio di fare un bambino con la madre non manca mai nel maschietto, il desiderio di avere un bambino dal padre è costante nella bimba, e ciò senza che essi abbiano la benché minima capacità di fare chiarezza su quale sia la via che può condurre all’appagamento di questi desideri.(7)
Il problema di tutta la teoria sul complesso di Edipo è però che, come ammette Freud, l’idea che chi picchia la bambina sia il padre non viene MAI ricordata dalle sue pazienti. Per questo Freud la chiama una “costruzione dell’analisi”. Ciò significa che si tratta di una speculazione di Freud che serve a far quadrare tutta la sua teoria della sessualità. Il paradosso è che la pietra angolare di tutta la teoria dello sviluppo sessuale infantile, il complesso di Edipo, rimane non-analizzabile e funziona come un deus ex machina. Il dio che scende dalla macchina nella tragedia greca era l’attore che veniva calato in scena da una gru di legno per indicare un intervento divino che sopraggiungeva per risolvere una trama così intricata da non poter essere conclusa in altro modo. Come l’esistenza di Dio, l’esistenza del Complesso di Edipo deve essere accettata per fede e non secondo ragione.

Una volta installata nella narrazione del complesso di Edipo, Freud può far tornare tutti i suoi ragionamenti: la bambina in preda alla pulsione genitale vorrebbe fare un bambino con il padre, ma questo desiderio è colpito da rimozione. La manifestazione della rimozione nella psiche è il senso di colpa. A causa della rimozione e del senso di colpa, il nucleo inconscio della fantasia, che è “mio padre mi ama (cioè fa sesso con me)” è inesprimibile e sottoposto a multiple deformazioni e dislocazioni di soggetto e oggetto. Eccole qui:
1. Mio padre mi ama (fantasia totalmente inconscia e non articolabile).
2. Mio padre mi picchia
3. Mio padre picchia un altro bambino, che odia, perché ama me.
4. Un bambino viene picchiato     

Il senso di colpa prodotto dal Complesso di Edipo trasforma il rapporto sessuale in coercizione (“picchiare” non “amare”), poi diventa sadico (“picchia un altro bambino perché mi ama”) e poi in conclusione masochista (“mio padre mi picchia”). Tutte le prime tre fasi della scena sono costruzioni dell’analisi di cui l’analizzante secondo Freud non può ricordarsi. Solo l’ultima diventa cosciente e serve da fantasia masturbatoria. Scrive Freud:
In due delle mie quattro pazienti si era sviluppata, sulla fantasia di percosse masochistica, una complicata sovrastruttura di sogni a occhi aperti, molto significativa per la vita delle pazienti stesse, e alla quale spettava il compito di rendere possibile la sensazione di aver soddisfatto l’eccitamento pur rinunciando all’atto onanistico. In uno di questi casi al contenuto di esser picchiata dal padre era concesso di penetrare nella coscienza purché l’Io della paziente fosse reso irriconoscibile mediante un lieve travestimento. L’eroe di queste storie veniva regolarmente picchiato dal padre, in seguito soltanto punito, umiliato, e così via. (8)
Il caso di un’analizzante che secondo Freud avrebbe “rimemorato” il contenuto di essere “picchiata” dal padre a patto di un travestimento dell’io è proprio la figlia di Freud, Anna.

Come abbiamo visto Anna Freud stessa ha dato un resoconto di questa parte della sua analisi in uno scritto intitolato “Fantasie di percosse e sogni a occhi aperti” (1922). Dopo aver enunciato i punti cardinali della teoria del padre, Anna racconta lo sviluppo delle fantasie di percosse in una bambina (omettendo naturalmente di riferirsi a se stessa). Teniamo presente che il concetto chiave qui è quello di ‘travestimento’ dell’io. Anna dice che nel caso di questa bambina il senso di colpa legato alla (presunta) attrazione sessuale verso il padre si lega non al contenuto della fantasia, ma al piacere masturbatorio che ne deriva. Di conseguenza tutti gli sforzi sono diretti a una soluzione di compromesso, cioè a mantenere la fantasia, ma a rinunciare al soddisfacimento sessuale che ne deriva.(9) Dato che l’io pone il veto sul soddisfacimento sessuale, la fantasia stessa diventa lo strumento che permette di ottenere un piacere erotico in maniera mascherata. In altre parole, la fantasia diventa una fantasticheria diurna che si sviluppa in modo da conservare e allo stesso tempo mascherare il contenuto sessuale. Anna scrive: 
In questo periodo la fantasia stessa subisce le possibili trasformazioni ed elaborazioni. Nel tentativo di godersi quanto più a lungo possibile il piacere permesso e di rimandare indefinitamente la conclusione proibita, essa aggiunge ogni sorta di accessori in sé senza importanze e li descrive minutamente. Contemporaneamente la fantasia della bambina inventa organizzazioni e istituzioni complete e complicate, scuole e riformatori, nelle quali si svolgono queste scene di percosse e stabilisce regole e leggi a cui restano collegate le condizioni del conseguimento del piacere. Le persone che picchiano sono ora insegnanti ed educatori, molto raramente e solo in un tempo successivo compaiono anche i padri dei ragazzi, perlopiù come semplici spettatori. Ma anche in questa esposizione ricca di particolar, le persone che agiscono sono schematiche, prive di ogni più precisa definizione come nome, tratti del viso, storia personale.(10)
Cerchiamo allora di comprendere le fantasticherie di Anna senza ricorrere al deus ex machina del Complesso di Edipo. Freud stesso ci offre questa possibilità quando descrive la dinamica del cosiddetto “complesso di castrazione” nel maschietto e nella femminuccia. Nel bambino si verifica un investimento narcisistico del pene e una conseguente paura di perderlo quando si trova al cospetto dell’anatomia femminile che interpreta come “castrata”. Nella bambina, secondo Freud, si instaura il meccanismo opposto: la femminuccia si troverebbe carente e mancante e rinuncerebbe a valorizzare il proprio organo di piacere, la clitoride, volgendosi con desiderio e invidia verso il genitale maschile. Desiderare il genitale maschile può significare rivendicare di averlo già (nella clitoride) e quindi mettere in atto quel che Freud chiama la “protesta virile” oppure desiderare di riceverlo attraverso il rapporto sessuale—questa sarebbe la posizione femminile tradizionale eterosessuale richiesta dalla società per la formazione di famiglie solide, di buone mogli e di buone madri. Per fare questo, Freud dice che la donna deve riuscire a spostare il luogo del godimento sessuale dalla clitoride alla vagina. Perché? Ovviamente perché se la destinazione delle donne è l’eterosessualità e la riproduzione è meglio che questi compiti siano svolti per mezzo del piacere dell’organo adibito allo scopo. Per compiere questo percorso psichico è quindi necessario che le donne pieghino le loro pulsioni verso mete passive e ricettive, cioè una donna deve lasciare all’uomo l’iniziativa del desiderio: non amare, ma essere amata, non desiderare, ma essere desiderata. Ogni gratificazione proveniente dall’affermazione di sé viene negata.

Ma in queste condizioni chiamiamole di eterosessualità obbligatoria e vaginocentrica e di subordinazione al desiderio maschile può il piacere sessuale essere davvero gratificante per le donne? Pare proprio di no. La passività produce masochismo e il masochismo è spesso una caratteristica femminile che però fa a pugni con il naturale narcisismo dell’io. Nello scritto intitolato “La femminilità” Freud osserva:
Nella donna la repressione dell’aggressività, così come le è prescritto dalla sua costituzione e imposto dalla società, favorisce lo sviluppo di forti impulsi masochistici, i quali, come sappiamo, riescono a legare eroticamente le tendenze distruttive rivolte all’interno. Il masochismo è dunque, come si suol dire, schiettamente femminile.(11)
La rimozione dell’aggressività nella donna è prescritta dalla sua costituzione e imposta dalla società, dice Freud. Non dice, come dovrebbe, che non esiste una costituzione tipicamente femminile se non imposta dalla società.

Le fantasie sessuali di Anna Freud non sono un sintomo del complesso di Edipo, cioè una manifestazione di resistenza della pulsione sessuale all’abbandono del padre come oggetto di amore richiesto dal processo evolutivo. Sono invece la testimonianza delle laboriose contorsioni che la pulsione sessuale femminile deve subire per adattarsi al principio di realtà che è la subordinazione sessuale e sociale al sesso maschile. Ricordiamoci che la passività non è ego-sintonica, cioè non va d’accordo con le inclinazioni dell’io che non ama essere ridotto a oggetto dell’iniziativa altrui e resiste in tutti i modi possibili.

L’immagine “un bambino viene picchiato” è la rappresentazione della condizione reale della donna nel rapporto sessuale nella sua forma patriarcale perché ‘picchiare’ rappresenta un’azione subita dal soggetto e che non può essere da esso iniziata o desiderata. Ma dato che una tale posizione di passività è intollerabile, il primo provvedimento difensivo dell’io è, come dice Freud, un travestimento: la bambina si presenta come maschio, il grado di passività si attenua.

Inoltre l’io femminile non può che obiettare all’associazione tra masochismo (essere picchiata) e godimento. Anna ci dice che il godimento dello scenario masochistico le provoca un forte senso di colpa e che quindi cerca di sopprimerlo, mantenendo però lo svolgimento delle fantasie che si arricchiscono di dettagli in parte per dosare il contenuto masochistico e in parte proprio per preservare il godimento proibito nella narrazione.

All’età di 14 o 15 anni, Anna legge un racconto cavalleresco per ragazzi e sulla base di questo elabora la struttura e l’ambientazione della seguente fantasticheria:
Un conte medievale conduce una lunga battaglia con alcuni nobili che si sono alleati contro lui. Nel corso di un serrato combattimento un giovane gentiluomo quindici anni (dunque un ragazzo di età corrispondente a quella della nostra sognatrice) viene catturato dai servi del conte e portato al castello. Qui egli trascorre un lungo periodo di prigionia e viene infine liberato.(12)
Questo tema serve come struttura portante per tutta una serie di variazioni che si incardinano su due costanti: il ragazzo imprigionato (cioè l’io della fantasticatrice) possiede tutte le doti e virtù immaginabili, mentre il conte è malvagio e violento e vuole esercitare tutta la sua crudeltà sul ragazzo. Nelle infinite puntate della fantasticheria, il conte arriva sempre all’apice della violenza fin alla tortura e la morte, ma all’ultimo momento desiste:
Per esempio, il conte effettivamente arriva fino alla tortura del prigioniero, ma all’ultimo momento desiste; lo lascia quasi morire con un lungo imprigionamento, ma poi prima che sia troppo tardi lo fa curare e guarire; lo angustia nuovamente dopo la guarigione, ma poi conquistato dalla sua fermezza, lo risparmia un’altra volta e apparendo sempre sul punto di fargli del male, gli concede un favore dopo l’altro.(13)
Quando l’io, che si fonda sul narcisismo, cioè sulla costruzione di un’immagine positiva del sé, si trova confrontato con la realtà culturale del rapporto sessuale, che richiede l’accettazione passiva dell’aggressività dell’altro sesso (quello maschile) deve trovare il modo di rendersi digeribile la propria posizione di impotenza, ma la violenza e la coercizione possono essere fonte di godimento solo se l’unicità e insostituibilità del soggetto viene alla fine riaffermata—dopo la violenza il soggetto viene corteggiato, vezzeggiato e compensato almeno fino al prossimo atto di prevaricazione. A pensarci, non è questo il vero significato della “galanteria” degli uomini verso le donne? Futili atti di reverenza che servono a ricompensare la donna per la aver accettato la sua condizione di sottomissione.

Il nucleo intollerabile per la nostra fantasticatrice è proprio l’idea “io vengo picchiata” perché significa, diciamolo brutalmente, “io sono scopata”, cioè io sono fottuta. Il soggetto femminile non vuole essere “scopato”, cioè “fottuto”, ma date le dinamiche di potere tra i sessi e il modo in cui il rapporto sessuale è rappresentato e tramandato nella cultura e nell’arte e l’uso che universalmente si fa del corpo femminile, è costretto ad accettare di essere scopato nella speranza di essere anche, e infine, amato. Il dono e il perdono del perfido conte al termine di ogni episodio di violenza servono a mostrare che è stato giusto e buono sottomettersi perché nel finale sboccia l’amore, il che prova che l’amore tra i sessi esiste. Come tutti i sintomi, le fantasticherie e le fantasie sessuali servono a rappresentare un adattamento al principio di realtà che dia rappresentanza ai conflitti psichici del soggetto. I conflitti psichici sono il riflesso mascherato e deformato dei conflitti sociali profondi.

Per chiudere, voglio citare ciò che ha detto Marx nelle prime pagine del Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte: 
La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come una montagna sulla psiche dei viventi e proprio quando sembra che essi lavorino per trasformare se stessi e le cose, per creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio.
Un’analisi dovrebbe servire a fare in modo che un sintomo—che comincia come giusta protesta contro una realtà inaccettabile—trovi la sua giusta interpretazione e realizzi la sua potenzialità rivoluzionaria e che non diventi un fattore di adattamento proprio a quella realtà con cui si era inizialmente scontrato.







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OPERE CITATE
1. S. Freud, “Sviluppo e regressione” in Introduzione alla psicanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978) p. 321
2.S. Freud, “Sviluppo della libido e organizzazioni della sessualità” in Introduzione alla psicanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978) p. 290,
3.S. Freud, “Sviluppo della libido e organizzazioni della sessualità” in Introduzione alla psicanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978) p. 291.
4.S. Freud, “Sviluppo della libido e organizzazioni della sessualità” in Introduzione alla psicanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978) p. 298.
5.S. Freud, “Sviluppo della libido e organizzazioni della sessualità” in Introduzione alla psicanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978) p. 299.
6.S. Freud, “Un bambino viene picchiato” in Introduzione alla psicanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978) p. 304.
7.S. Freud, “Un bambino viene picchiato” in Introduzione alla psicanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978) p. 306-307
8.S. Freud, “Un bambino viene picchiato” in Introduzione alla psicanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978) p. 309.
9.A. Freud, “Fantasie di percosse e sogni a occhi aperti” Infanzia e adolescenza (Torino: Bollati Boringhieri, 2012) p. 18.
10.A. Freud, “Fantasie di percosse e sogni a occhi aperti” Infanzia e adolescenza (Torino: Bollati Boringhieri, 2012) p. 18. 
11. S. Freud, “La femminilità” in Introduzione alla psicanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978) p. 516.
12.A. Freud, “Fantasie di percosse e sogni a occhi aperti” Infanzia e adolescenza (Torino: Bollati Boringhieri, 2012) p. 22.
13.A. Freud, “Fantasie di percosse e sogni a occhi aperti” Infanzia e adolescenza (Torino: Bollati Boringhieri, 2012) p. 23-24.