LA RESISTENZA DELL'INCONSCIO



Marina de Carneri

 
Freud ha individuato cinque forme di resistenza: la rimozione, il transfert, il tornaconto della malattia, la resistenza del superio e infine la resistenza dell’es, cioè la resistenza dell’inconscio vera e propria. Le prime quattro forme di resistenza riguardano l’io (inclusa quella del superio, che è il guardiano dell’immagine ideale dell’io) e il campo delle rappresentazioni; solo l’ultima, quella denominata dell’es, riguarda l’inconscio nella misura in cui esso è irrapresentabile. Le prime quattro forme di resistenza, poiché agiscono nel campo delle rappresentazioni, possono essere "analizzate", e lo sono, con grande energia, dai professionisti dell’interpretazione psicologica, in primis dagli psicanalisti, ma anche dai terapeuti, i counselor, i mediatori familiari.

Con un po’ di allenamento si impara a ricondurre i comportamenti sintomatici ai "complessi" che li hanno prodotti. Grande soddisfazione, allora, perché il messaggio dell’inconscio è stato decifrato, cioè le rappresentazioni distorte presenti sull’altra scena sono state riportate su questa scena, quella della coscienza. I pezzi si ricomporranno, le ferite si rimargineranno, le coppie si riconcilieranno perché, come sappiamo, la verità rende liberi. Questo è il senso e il valore dell’ interpretazione nella tradizione filosofica e anche nella tradizione psicanalitica, che poggia su una delle tante varianti del platonismo, cioè ritiene che i fenomeni, in questo caso i sintomi, siano gli effetti di cause invisibili, idee trascendenti, oppure strutture trascendentali che sono nascoste nell’inconscio in posizione anamorfica, cioè deformata. La cura consiste nel portare alla luce queste idee/strutture e rimetterle nella giusta prospettiva, quella della giustizia e del giusto mezzo.

Vi è capitato di aver paura di spegnere la radio mentre vi occupate delle faccende domestiche, oppure di dover sempre passare per una certa strada per raggiungere un determinato luogo. Avete paura dei ragni? Dei topi? Dei pipistrelli? Avete mai notato che preferireste morire piuttosto che trovarvi soli il giorno di Natale? Soffrite di fastidiose emicranie? Oppure siete sempre così stanchi che qualsiasi sforzo vi si presenta come un impresa al di là delle vostre forze? C’è una spiegazione per tutte queste spiacevoli esperienze. Le paure immotivate si chiamano fobie: sono irrazionali e dovute a incidenti di infanzia. Imparate a farvi amici ragni, topi e pipistrelli. La paura della solitudine deriva dall’insufficiente amore ricevuto da vostro padre, o madre. Imparate dunque ad amare voi stessi come avrebbe dovuto amarvi papà. L’emicrania, la curiamo con le pillole; la stanchezza ha trovato la sua identità, ora si chiama "sindrome da stanchezza cronica".

Ma potreste comunque sentirvi ancora inspiegabilmente tristi, anche per più di due settimane di fila. Sappiate allora che secondo la APA (American Psycological Association) potreste essere … depressi. Perché vi ostinate a essere infelici quando il mondo risplende intorno a voi e nulla manca alla vostra vita? Perché insistete a non apprezzare il giusto valore delle cose? Avete consultato lo psicanalista (troppo lungo, interpretazioni bizzarre, un po’ osé), la terapeuta (una donna sempre così piena di amore per il prossimo), il maestro di yoga (eccezionale, ma vi addormentavate durante le sessioni di meditazione, buone invece quelle di ginnastica), vi siete ricongiunti con l’archetipo del puer aeternus, se uomo, della dea o della grande madre, se donna.


Eppure, questa tristezza, quest’ansia, la sensazione di stare sull’orlo di un baratro, o in alternativa, di stare in caduta libera per un tempo infinito augurandosi di toccare il fondo, una buona volta. C’è da stupirsi se piangete spesso, appollaiati come siete sull’orlo dell'abisso? Ma finalmente trovate uno psichiatra che vi dice le cose come stanno: si tratta di uno squilibrio ormonale di natura ereditaria, ma curabile con le giuste dosi di supplementi chimici:


Delle cinque forme di resistenza rintracciate da Freud, quella dell'inconscio è irriducibile. È per difendersi da lei che le altre quattro schierano i sintomi fondamentali: l’oblio, l’amore, la malattia, la colpa. Di fronte all’attacco di questi quattro e al gioco delle loro permutazioni, l’inconscio, infallibilmente, resiste. È proprio questa la cosa che fa più male.


Troppo spesso la psicanalisi è caduta nella tentazione di proporsi come terapia del sintomo. Ma non è quello il suo compito. Per quello esistono già la religione da un lato e la medicina dall’altro. La prima cura lo spirito, la seconda cura il corpo. La prima esclude il corpo, la seconda esclude lo spirito. La psicanalisi, invece, se si ricorda della sua origine, sta al passo della pulsione che non è corpo e non è spirito, ma come diceva Freud, ciò che sta al limite tra lo psichico e il corporeo.


L’oggetto della psicanalisi è irrimediabilmente impuro. Si tratta in realtà di un non-oggetto. È una zona di frontiera il cui limite è indecidibile, e il suo spazio, che è altrettanto impuro, è quello del inconscio. La psicanalisi non è una medicina, ma insegna la cura di sé--impedisce l’avanzata del deserto, cioè l’uccisione dell’inconscio perpetrata nel nome della ricerca della "felicità".